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32 Dicembre

post tratto dal Blog Avenida Arenales

In “32 Dicembre”, De Crescenzo, nei panni dello psichiatra, definisce il tempo come una grandezza bidimensionale estensibile in lunghezza e larghezza. E asserisce che l’obiettivo degli uomini in terra dovrebbe essere quello di allargare la vita, non di allungarla: riempirla di effettiva bellezza e basta.

Da quando sono ad Ayacucho la mia vita si è allargata molto – non in quel senso, none. La sequela interminabile di giornate interminabili che si succedono, mi fa sentire interminabile – e ancora!

Non ho un orologio al polso e neppure avverto la necessità di averne uno – a parte quando devo trovarmi nella casita san José per spalmare la cremita sulle facce tonde dei miei niños terribili di età compresa tra i due e i sei anni e farli scapriolare un po’ prima di accompagnarli a scuola: così iniziano le mie giornate senza tempo, ogni mattina, alle sette e mezza.

Da quando sono ad Ayacucho, da quando sono al puericultorio, il mio tempo non è più soltanto il mio. È un tempo a volte liquido, a volte più viscoso; senza dubbio non è più soltanto il mio. Questo mio tempo cresce e vive in uno spazio delimitato e condiviso, quotidianamente, sempre con le stesse persone. Si tratta, certamente, di un tempo imprevedibile e che non ammette fronzoli: nessun temporeggiamento, nessuno spreco, nemmeno uno scampolo di intimità per starsene con sé stessi e provare a darse cuenta di ciò che sta succedendo.

Il mio tempo antecedente il Perù era un tempo preconfezionato, in qualche modo ripartito per ciascuna incombenza e comunque sempre bastante. Un tempo in cui potevo concedermi di incespicare, di stare a guardarmi l’ombelico, di restarmene in sordina con il mio disturbo metafisico. Questo tempo non lo ricordo più piacevolmente, ne ho memoria come di uno strascico amaro, qualcosa di infruttuoso per cui sentirmi colpevole.

È che qui improvvisamente, alle tre del pomeriggio, in quel rato (tempo) libero post prandiale, il tempo cambia nel vero senso della parola. Siamo nella stagione delle piogge e il cielo repentinamente si obnubila. Va via la corrente, rimangono a secco le canne dei lavandini. E quella che resta l’unica ora libera bisognerebbe poterla impiegare per lavarsi i vestiti impregnati di polvere e moccolo e lacrime, ché qua la lavatrice è una roba per gente senza tempo, infatti non ce l’abbiamo.

Il pragmatismo impellente richiesto dal mio vivere il puericultorio mi fa sentire agentiva come non mai. Che bello il concetto di agentività, da quando l’ho sposato cerco di essergli fedele. Non voglio dire che l’agentività sia un mio pregio congenito, ma se mi guardo indietro mi vedo come una che ha voluto in tutti i modi fare e farcela, nella propria vita.

Elargire il proprio tempo senza avidità ha dei risvolti incredibili.

Mercoledì sera me ne stavo tramortita a cenare quando bussa alla porta di casa una chica della casita Santa Rosa. Si mette le mani davanti agli occhi, poi, facendosi coraggio, mi chiede tre soles (l’equivalente di un euro, quasi), dice che deve darli ad un suo amico che in cambio le avrebbe fatto i compiti per l’indomani. In questi casi che fai?!

Oltre a non avere un orario di lavoro prestabilito ed una reperibilità che manco un tecnico Enel, un volontario in servizio civile deve rifarsi ad un codice etico imprescindibile. In questo caso, quindi, ho indossato la mia felpa nera e sono scesa con la chica ad aiutarla a  terminare i compiti.

Non sono in grado di spiegare quanto mi abbia appagato questo slancio d’amore per il mio piccolo prossimo giacché in cambio ho ottenuto molto di più: lo stupore di A., fino a una settimana fa costretta dai suoi genitori a solcare le strade di Lima e chiedere l’elemosina assieme ai suoi tre fratellini. Mentre aiutavo la chica coi suoi compiti, lei ci osservava partecipe, curiosa, affamata.

Ha otto anni e non sa scrivere il proprio nome, perciò nemmeno ve lo spiego lo stupore fervente nei suoi occhi non appena ha scoperto che la tempera rossa mischiata a quella bianca dà vita ad un rosa adattissimo a dipingere la pelle di un gringo.

Roberta Cetro, volontaria IBO in Servizio Civile in Perù



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