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8 Marzo 2017: Guatemala, Nunca Mas

Un popolo si riunisce nella piazza della capitale guatemalteca per piangere le 40 bambine morte nell’incendio divampato proprio l’8 marzo all’interno del centro di accoglienza per minori “Virgen de la Asunciòn”.

Un popolo che da secoli è sottoposto a crimini e violenze senza poter ottenere giustizia, alza testa, voce e cartelli riempiendo Piazza della Costituzione di un’atmosfera densa di dolore, indignazione, rabbia ma anche di desiderio di combattere affinché fatti del genere non siano ripetuti. Sentimenti a dir poco giustificati, vista la gravità dell’accaduto.

L’istituto, che paradossalmente veniva chiamato “hogar seguro“, era da tempo al centro di numerose polemiche poiché oggetto di diverse denunce di maltrattamenti, abusi sessuali e torture psicologiche nei confronti di minori. Le petizioni e proposte portate avanti dalle organizzazioni a difesa di infanzia e adolescenza erano state ripetutamente ignorate sia dall’attuale governo che da quello precedente. Il 7 marzo, un gruppo di circa 60 ragazzi aveva tentato la fuga dalla struttura e un ingente corpo di polizia era stato messo prontamente in campo per il suo recupero. File di adolescenti stesi faccia a terra e nel mirino di armi da fuoco, erano stati poi chiusi a chiave all’interno di due saloni del centro, per ore ed ore, senza alcuna possibilità di fuga. Al momento dell’incendio, l’intera zona era circondata da polizia che, nonostante avesse notato il fumo all’interno dello stabile, non è entrata in azione per difendere quelle ragazze imprigionate che poco più tardi sarebbero morte.

A questo punto, dire che c’è qualcosa che puzza è un eufemismo. Non sono sufficienti le dita di entrambe le mani per poterle puntare contro i diversi responsabili della tragedia, che alla base ha problematiche talmente numerose, diramate ed intrecciate tra loro che scioglierle sembra un’impresa titanica.

Quattro delle nove ragazze tra i 14 e 17 anni, che sono state successivamente trasferite ad un altro centro per minori di Quetzaltenango, risultano incinte. In Guatemala purtroppo è ancora fervido il traffico multimilionario di adozioni illegali verso gli Stati Uniti. Centinaia sembrerebbero essere i bambini che ogni anno vengono rapiti da bande criminali e consegnati ai centri adozione. Per un bambino legale, o meglio legalizzato attraverso il Consiglio Nazionale delle Adozioni, negli Stati Uniti le coppie sarebbero disposte a pagare fino a 40/50.000 dollari. Una somma che per metà finisce ai mediatori statunitensi e per l’altra metà serve a corrompere funzionari locali oltre che a pagare i sequestratori o le giovani madri che, date le condizioni di estrema povertà, decidono di vendere i loro bambini appena nati.

I bambini dunque diventano dei veri e propri beni commerciali, necessari per mantenere un grottesco mercato che si basa sul classico concetto di domanda-offerta e che per alcuni muoverebbe circa 200 milioni di dollari l’anno, cifra in grado di alimentare l’industria dei sequestri e delle adozioni. Per un paese povero come il Guatemala, ciò rappresenta una comoda entrata che sarà difficile estirpare. Immaginate poi quanto possa essere fruttuoso un centro di accoglienza per minori, chiuso agli occhi del pubblico e le cui leggi interne sono scritte esclusivamente da chi lo controlla.

Durante la protesta scoppiata il 7 marzo, le adolescenti mostravano ai giornalisti i segni degli abusi subiti nell’istituto, condannando le continue violazioni sessuali che erano già state da loro più volte denunciate. In Guatemala, paese uscito da una lunga e sanguinosa guerra civile in cui lo stupro costituiva anche un mezzo di punizione e terrore nei confronti della popolazione maya, raggiunge proporzioni tuttora enormi il fenomeno della violenza di genere. Una violenza che purtroppo non è quasi mai seguita da indagini e successivi processi. Non facendo prevenzione, non svolgendo indagini efficaci e non assicurando i responsabili alla giustizia, le autorità del Guatemala stanno di fatto lanciando un messaggio secondo il quale l’abuso e l’omicidio delle donne sarebbe permesso.

Secondo l’antica tradizione maya, quando un uomo veniva sacrificato si trasformava poi in un dio. Voglio pensare che il sacrificio di queste 40 ragazze possa servire a proteggere le migliaia di donne e bambine che in questo momento sono ancora oggetto di appropriazione, violenza e schiavitù, negli altri istituti, nelle case e per le strade.

Che le loro grida ne facciano sollevare altre, più numerose e più forti di chi cerca di tacerle. Guatemala, nunca mas!

Petra Todesco, volontaria IBO in Servizio Civile in Guatemala



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