Battiti | 30 giorni a Vohimasina

30 giorni che scorrono come le pagine di un diario.

30 giorni di curiosità, incontri, paure, tradizioni, imprevisti, insicurezze e senso d’impotenza.

30 giorni da vivere tra sorrisi e abbracci dei bambini del villaggio che placano le difficoltà, regalano ricordi indelebili pieni di amore e affetto: ricordi che scaldano il cuore.

Buona Lettura!

Laura Biggio, volontaria IBO nel Campo di Lavoro e Solidarietà di Vohimasina (Madagascar)

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“Ci sei? Sei arrivata viva?”. Ormai non si torna indietro. Il cibo sembra buono; mangio quando capita e come capita. Le donne e gli uomini del Kenya sembrano sollevarsi da terra con leggiadria e eleganza. Alti e snelli si muovono con passo felpato. Ho paura di non essere all’altezza di quello che mi aspetta; ma non esiste altro modo per scoprirlo se non provarlo.

Buongiorno Antananarivo! Sporco, calore e colore. Nessun turista; a volte persone ricche passano a bordo di macchinoni tra i neonati che sguazzano felici nel fango. E voi ci inseguite con gli occhi; siete forse curiosi di questo mondo occidentale, che chissà per quale motivo viene a trovarvi? Inizia la doccia fredda Laura, e non sei ancora al villaggio… però ci sono persone felici; in questo loro mondo hanno un equilibrio, una musica da ballare…

Oggi abbiamo visto i lemuri e la natura stupenda del Madagascar. Cominciamo ad assaporare quest’isola nella natura, nel cibo e nella povertà. Gioia e tristezza si mescolano e si sentono sulla pelle in maniera indistinta. Domani si parte per il campo. Ho paura che un mese sia tanto, ma allo stesso tempo ho paura che non sia abbastanza per cambiarmi. Ci addormentiamo appena il sole rosso scompare inghiottito dalla città.

Shock. Un viaggio infinito, la città di Fiarantsoa alla fine e iniziamo a capire cos’è l’Africa. Iniziamo a capire che l’acqua, il cibo, il bagno e la corrente non sono scontati. Prima ora di paura e sconforto, ma gradualmente ci abituiamo affidandoci al destino e a quel motore interno che ha mosso ognuna di noi tre ad iniziare questa avventura. Mangiamo cracker e biscotti a cena per non dover uscire in mezzo al disagio più totale; cerchiamo di riposare qualche ora. Il nostro corpo si abbandona, stanco, in un letto sporco e scomodo, ma siamo stranamente fiduciose; forse intuiamo quanto usciremo rafforzate e arricchite da questo mese.

Iniziamo il viaggio verso il vero Madagascar: quello dentro la giungla, dentro quest’isola verde che sapevamo esistesse ma che ancora dovevamo trovare. Un viaggio così povero e scomodo ma contemporaneamente unico, che non poteva non concludersi in jeep. Ad accoglierci c’è Maya e la sua risata, ti si avvinghia a una gamba e non ti molla finché non riesce ad entrarti nel cuore. Con lei arrivano gli altri bambini, che non ti chiedono nulla se non il tuo tempo e un sorriso. Il tempo passa subito e stanche, sporche, ma felici, finalmente ceniamo e ci sistemiamo nella nostra casa. La nostra base, il nostro piccolo paradiso sotto un cielo stellato mozzafiato. Forse capirò presto chi parla di Mal d’Africa; il cuore batte già ad un ritmo diverso qua giù.

Stanca, sfinita e felice come dopo una lunghissima corsa. Dopo questa giornata di giochi realizzo perché alle 8 qui si dorme già; è tutto sfasato in Madagascar. Non solo le sveglie al mattino, con la musica nel villaggio che parte alle 6, ma è sfasato anche il modo di vivere. I villaggi più poveri sembrano i più belli e i più felici. Sfasato e inaspettato; come le ragazze che amano farsi fotografare anche solo per vedersi meglio, data la mancanza di specchi. E io sono lunatica… a volte sento il peso di dovermi abituare a molte cose, ma per fortuna la maggior parte del tempo sono felice. Perché non si può non esserlo in mezzo a questi banani e a un tramonto così rosso.

“Diagnosi? Trattamento?” Primo giorno di ambulatorio e le responsabilità cadono all’improvviso sopra di me. Non mi sento pronta ma devo imparare a esserlo, fa parte del gioco. È il vero servizio agli altri; prenderci carico di quello che non possono reggere da soli, condividere, collaborare e a volte sostituire. Oggi sicuramente ho realizzato che qui non sono in vacanza.

Pesce fritto a pranzo e pasta al sugo a cena; cosa puoi volere di più dalla vita se hai cibo buono, sole e sorrisi attorno a te?! Oggi è una giornata perfetta! Ho anche usato per due minuti il phon e mi sento al settimo cielo. Mai come questi giorni vivo di piccole gioie, semplici e quotidiane. Già progetto che cosa cambierò nelle mie abitudini quando ritornerò, progetto una nuova me che porta in ogni suo passo un pezzo di Vohimasina che le si è cicatrizzato sopra. Cicatrizzato senza forzature, ma con il solo potere della condivisione.

Oggi è la notte di San Lorenzo; incredibile come abbiamo perso la sensazione del tempo che passa. Stasera siamo a guardare le stelle fuori in giardino e percepisco che prima o poi questo bel sogno finirà… che queste serate di vita comune, passate semplicemente a parlare o guardare il cielo o leggere, mi mancheranno. Mi mancherà la risata di Maya, mi mancherà il sole appena sorto che mi accompagna in ambulatorio, e mi mancheranno i bambini che mi guardano incuriositi e poi si abbandonano in un mega sorriso che mi coccola fino a farmi sentire importante per qualcuno. Mi mancheranno le piccole cose di Vohimasina che, come le stelle di stanotte, riescono a rendere questo posto speciale. Posso solo dire grazie!

Oggi ho conosciuto la dottoressa e ho compreso l’importanza e la rispettabilità che può avere un medico in un villaggio. Un’autorevolezza e una fiducia sicuramente guadagnata con il tempo assieme a tante parole e attenzioni. Mi piace Angie, ha anche la mia di stima! Non solo come medico, ma anche come donna; capace di uscire dal gregge facendosi coraggio, per guadagnarsi un’istruzione e una sua vita indipendentemente da dove ha avuto la fortuna/sfortuna di nascere. Brava Angie che hai sognato, creduto in te stessa e probabilmente affrontato moltissime difficoltà.

Acconciature elaborate, trucco e vestiti puliti. Oggi è domenica e c’è la messa. Oggi è festa a Vohimasina e noi festeggiamo con loro. Andiamo in chiesa e un misto di emozioni mi riempie… ho i brividi di gioia a sentire i loro canti coinvolgenti, ma allo stesso tempo mi guardo intorno e vedo occhi tristi a volte e neonati che passano di braccia in braccia come fossero gioielli da mostrare. Prego per ringraziare di essere lì; a conoscere il mondo, a farmi rimescolare l’anima in mezzo a questa cultura così diversa dalla mia. Prego perché i bambini più svegli non si demotivino da grandi, ma che con carattere si alzino in piedi in mezzo a questa realtà così difficile. Per finire la giornata di festa tiro fuori le bolle di sapone, e in un attimo un nuovo gioco coinvolge tutti.

Ennesimo incubo durante la notte. Non credo sia colpa del topo che ormai è nostro ospite da qualche giorno e gironzola per casa tranquillo, ma credo sia il mio inconscio che viene a bussare appena abbasso la guardia. Di giorno lavoriamo per un sorriso, ma la notte cosa possiamo fare? Faccio abbastanza? Come continuerà la vita di questi bambini? Che futuro hanno previsto le stelle di Vohimasina per loro? Per noi è una parentesi di un mese, per loro è la quotidianità. Per questi bambini non c’è nessuno che asciughi le lacrime dei loro incubi. E una volta svegli l’incubo non sempre finisce…

Prima chiamata in emergenza per l’ambulatorio. Paziente portato in carriola e pseudo-ospedalizzazione improvvisata. Tutto il villaggio è lì curioso e cerco di tenere la calma. Tutto va per il meglio, ma senza possibilità di un ECG o di fare esami. Torno a casa soddisfatta, ma sempre con un’aria malinconica per le situazioni tragiche a cui gli abitanti di Vohimasina sono costretti a vivere anche quando stanno male. Prendo le gocce di Lexotan per dormire meglio, perché la sveglia squillerà col Gallo alle 3 stanotte: ci attende il pellegrinaggio e sicuramente altri imprevisti.

La jeep accelera; urla, terrore e un albero. Un albero ci salva la vita tornando dal pellegrinaggio di ferragosto; prezzo da pagare? Due donne investite. Una doccia così fredda che toglie il respiro. Nessuno sembra capire il nostro sgomento e la nostra paura. Ci sentiamo abbandonate; in una città sconosciuta ad aspettare che qualcosa riesca a riportarci sane e salve a casa. Il popolo malgascio può essere cattivo a volte… e il nostro scambio quotidiano si interrompe di botto. Ci chiudiamo in un guscio di tristezza e, dopo una giornata infinita, andiamo a letto.

Oggi arriva il gruppo di Reggio Emilia in visita; sembra che debba arrivare il Papa. Passiamo la giornata a riposare per lo shock di ieri e aspettiamo il loro arrivo. Non riusciamo a inquadrarli, ma decidiamo comunque di dar loro una buona ospitalità e di fare assieme la gita prevista per domani verso l’oceano. È bello ritrovare persone italiane, ci raccontiamo le nostre storie e ci rendiamo subito conto che sono abituati, anche qui in Madagascar, a comfort che noi non abbiamo.

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Dentro la piroga riprovo la stessa tensione del ritorno dal pellegrinaggio, qui sembra quasi di non poter mai abbassare la guardia. Arriviamo comunque sane e salve al mare, nell’oceano indiano. Sembra immenso; questo lato del Madagascar ancora non lo avevamo scoperto e rimango incantata. Non è un posto turistico ma un piccolo pezzo di pace e serenità che ha lo stesso ritmo delle onde, che ti fa intravedere anche la povertà e la sporcizia che comunque non salva neanche questo villaggio. Sto bene; mi godo molto più serenamente il viaggio di ritorno realizzando il mio presente in un posto da favola. Torniamo a casa anche dopo il confronto con gli altri ragazzi italiani e ci sentiamo fiere della nostra esperienza e della crescita che gradualmente stiamo facendo. Domani si riprende la quotidianità, siamo a più di metà del viaggio.

Oggi ho ricevuto i complimenti dalla dottoressa che viene il sabato, nonostante la barriera linguistica la nostra collaborazione sta andando per il meglio. È una donna colta e di classe, senza perdere la dolcezza e la pazienza che a volte una posizione sociale, soprattutto in un posto così povero, può portare. Dopo la mattina piacevole ritorno però a casa con un forte mal di pancia; sono stanca di non stare mai un giorno totalmente bene fisicamente, non so quando il mio corpo riuscirà ad adattarsi alla vita malgascia: sembra quasi un rifiuto psicologico a mettere radici in questo posto.

Oggi è domenica e ci sveglia la sorpresa delle frittelle di riso a colazione. La giornata parte bene, ci rilassiamo con i bambini la mattina e riceviamo tante coccole da parte di Claudia che cucina una tonnellata di verdure solo per noi. Di pomeriggio andiamo a visitare Vohimasina sud accompagnate da Maja e Gilai che sono ormai le nostre bimbe adottive. Il buon umore e le risate che riescono a farci fare sono qualcosa di indescrivibile e spontaneo, che ci sorprende ogni giorno. Non oso immaginare come sarà più vuoto il mio animo senza il loro sorriso. Probabilmente solo chi lo vive può capire come acquieta il cuore e ti mette in pace col mondo la vivacità di questi bambini.

Il mal di pancia mi toglie il respiro, a tratti nausea e malessere invadono il mio corpo in modo inaspettato e improvviso, chiamo l’associazione e cerchiamo una soluzione. Non c’è soluzione se non fare ore di jeep per andare nell’unico ospedale della zona. Per la stanchezza mi addormento, ma col pensiero che stare poco bene in Africa è veramente una condanna a morte.

Ospedale di Ampasimanjeva. Un mercato del pesce vestito da ospedale; persone buttate per terra doloranti e sporche… mura bianche e azzurre, vuote e desolanti. Qui arrivano i casi più gravi; questo è il meglio del territorio; questa è l’ultima speranza per chi sta male… e non è nemmeno paragonabile al peggior ospedale italiano. Quasi cerco di non guardarmi attorno, quasi cerco di far finta che sia surreale. Faccio lo stesso mentre passiamo tra la folla del mercato, mi viene da chiudere gli occhi per evitare ancora altri incubi. Dopo un’oretta ci rimettiamo in moto verso casa con qualche medicina per i miei dolori, spero di riuscire a convincere il mio corpo ad adattarsi finalmente.

Mattinata fallimentare; vado via dall’ambulatorio perché ho i crampi alla pancia e non riesco più a stare dritta. Mi metto a letto e fuori sento i bambini giocare… scoppio a piangere. Ormai i giorni che mi rimangono sono da contare sulle dita delle mani e io vorrei fare tante cose, ma il mio corpo non mi segue. Inizia dentro di me un conflitto continuo tra quello che progetto e quello che sono i miei reali limiti. Cerco di continuare la giornata e mi rianimo un po’ pensando che questa esperienza serve per conoscermi meglio; anche capire quello che non posso fare, fin dove osare. Quindi decido che il viaggio previsto a Manakara i prossimi giorni, a malincuore, non lo farò.

Questo pomeriggio ci siamo prese un attimo per stare noi tre, prendere un caffè e pensare a come sta andando questa esperienza. Assieme stiamo scoprendo i nostri difetti ma anche i nostri pregi; giochiamo a elencarceli a vicenda. Non so ancora tante cose dei giorni che ci attendono, ma sicuramente so che tornerò a casa più consapevole. Consapevole delle mie fortune, più consapevole di quante cose ancora devo migliorare, ma anche più consapevole della mia forza e della mia determinazione. È la stessa forza che spero mi aiuterà, una volta tornata a casa, a utilizzare al meglio le opportunità che mi si presentano davanti. Opportunità che la maggior parte delle persone qui nemmeno immagina, eppure esistono… opportunità di scelta di una vita che non voglio sprecare neanche un secondo, portando nel mio cuore la gratitudine e la pienezza che questa esperienza mi sta dando.

Dopo il corso di italiano ci rilassiamo un po’ a casa, c’è chi legge e chi studia. Da fuori sento Claudia che canta, con una naturalezza e una bravura che sembra appartenere a tutto il popolo malgascio. Senza renderci conto la musica fa da sottofondo a tutte le nostre giornate, improvvisamente realizzo come non esiste il silenzio qui a Vohimasina. Di notte sentiamo i rumori della natura, o dei gatti o del guardiano che passeggia; dalle prime ore del mattino invece parte la musica dal villaggio, si alza piano e accompagna il sorgere del sole in modo allegro e piacevole. Non ci si sente mai soli qui a Vohimasina.

Pranzo con la dottoressa e i suoi figli, immagine di un Madagascar più civilizzato e più colto, ma non sono sicura più felice. Lei è dolcissima come sempre e manifesta preoccupazione e premura per la nostra salute, ci porta anche della frutta del posto per risolvere i nostri problemi intestinali. Spero di prenderla come esempio anche quando tornerò in Italia, perché credo sia molto più difficile qui il lavoro di un medico che in Europa … e forse anche più nobile.

Oggi è domenica e aspettiamo l’arrivo dei bambini sdraiate sull’erba a leggere. Penso a questa natura che mi avvolge e penso a quanto sto dando in cambio. Α volte mi sento di dare meno di quello che potrei, a volte penso di non essere all’altezza; ma poi sento le risate di questi bimbi e realizzo che l’esame lo sto comunque superando alla grande. Basta così poco per muovere qualcosa, per entrare nel cuore di molte persone; che subito ti senti speciale. Questa è la vera unica grande ricompensa del volontariato. Puoi non essere perfetto, puoi non essere laureato, puoi non essere simpatico, ma sei comunque speciale per chi dedichi il tuo tempo o le tue attenzioni; soprattutto se chi riceve tutto questo ha due occhioni scuri e intensi che dicono solamente: grazie.

Vedo ancora più da vicino la morte, la morte non in generale, ma la morte qui a Vohimasina. Qui; un posto dimenticato dal mondo, dove un bambino può morire di malaria davanti ai tuoi occhi con estrema facilità. Cerco di tenere la lucidità, curo con quello che posso e torno a casa; ma dopocena scoppio in lacrime senza poterlo controllare. Mi sento sola. Mi sento una bambina che fa finta di essere grande, che gioca a mettere i vestiti della mamma e a cucinare, ma è solo una bambina e allo specchio si vede ridicola e goffa. Mi sento triste, perché il destino di un bambino qui non è neanche confrontabile a quello del peggior malato in Italia. Mi sento inerme, perché il mondo gira in un senso a cui io non posso oppormi.

Mi sveglio con la paura di non rivedere il bambino che stiamo cercando di salvare dalla malaria. L’incubo continua poco dopo con un’altra emergenza che mi mette a dura prova. Non ci sono farmaci sufficienti, non c’è l’ambulanza e in più le persone del villaggio non vogliono fare il viaggio fino all’ospedale. Non per pigrizia ma per mancanza di mezzi, soldi e perché ospedale significa morte. Non so se riuscirò mai a comprendere questo popolo, sembrano dividerci troppi anni. Provo comunque a fare il massimo, ma il senso di impotenza è duro da levare via… anche dopo il pomeriggio passato a imparare l’intreccio della stuoia da una signora del villaggio.

Tutta l’associazione oggi si riunisce per la distribuzione degli stipendi e ci invitano, insieme alla gente del villaggio, per salutarci e ringraziarci. È emozionante vedere gratitudine negli occhi di queste persone e riuscire a strappare un abbraccio anche ai più timidi. Torniamo a casa con un bellissimo “Lamba” regalatoci come augurio di lunga vita; le lacrime agli occhi arrivano veloci. Cerco di stampare nella memoria più dettagli possibili di questo posto, cerco di portare dentro di me almeno due stelle del cielo malgascio.

Esattamente l’ultimo giorno scopriamo la pioggia tropicale. Diluvia tutta la notte e tutto il giorno; sembra che il nostro saluto debba essere problematico e difficile come gran parte dei giorni qui. Facciamo colazione tristi e preoccupate per il viaggio interminabile che dobbiamo iniziare domani, reso ancora più pericoloso dalla pioggia. Per fortuna arrivano i bambini, che sfidano il brutto tempo per venire a salutarci e giocare per l’ultima volta assieme. Un giorno strano, ma anche rappresentativo di questa esperienza: piena di imprevisti e in cui non puoi mai abbassare la guardia, ma che ti insegna a ridere sopra la sfortuna e affrontare i problemi assieme e affidandosi un po’ anche al destino.

Il cuore in gola. Lacrime impossibili da trattenere nel momento dei saluti, piccole braccia che si avvinghiano a te e che ancora una volta ti sciolgono il cuore. Ai bambini bastano gli sguardi e pochi gesti per capire che è il nostro momento di andare… inizio il viaggio di ritorno veramente a terra, e mi chiedo se rimarrò nella memoria di questi piccoli uomini come loro rimarranno dentro di me. Mi chiedo se sono consapevoli del bene che mi hanno fatto, se sono consapevoli di essere stati il nostro conforto quotidiano davanti alle difficoltà. Grazie piccola gang di Vohimasina; grazie di avere così tanta gioia da regalare e grazie di avermi dato l’onore di far parte, anche se per poco tempo, del vostro meraviglioso mondo. Continuate a sognare gli elicotteri e a inseguire le bolle di sapone che scappano verso l’alto; ci ritroveremo da qualche parte nel mondo.

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