Huaycan, la Ciudad de la Esperanza

Di tutte le definizioni convenzionali utilizzate per descrivere Huaycan non ce n’è una che mi piaccia. Baraccopoli è denigrante e non rispecchia del tutto la realtà. Invasioni è un concetto assurdo, che mi fa rabbia: i conquistadores invadono, gli alieni invadono; queste persone sono peruane tanto quanto i limeños arricchiti di Miraflores. Si può forse invadere la propria terra? Insediamento umano fa pensare a qualcosa di primitivo, come se si fosse rimasti all’età della pietra.

Nessuna di queste etichette riesce a cogliere l’essenza di quella che attualmente è la casa che mi sta ospitando. Forse proprio perchè sono etichette. Forse perchè qualunque cosa venga appiccicata dall’esterno acriticamente, senza una conoscenza approfondita, risulta per forza di cose incompleta, se non fasulla.

Intendiamoci, non sto dicendo che Huaycan è un paradiso tropicale tenuto nascosto ai gringos. Quello che vorrei dire è che mi trovo molto più in accordo con la denominazione che hanno creato gli stessi abitanti di questo pueblo joven (termine neutro che indica una cittadina di recente nascita): la Ciudad de la Esperanza. In primo luogo, Huaycan è una città, in tutto e per tutto, con tutto il senso di dignità che sta dietro questa affermazione. È una città: per quanto dispersiva, in continua evoluzione, male organizzata, pericolosa, carente anche nei servizi basici, è una città. Niente più e niente meno di tutte le altre città del mondo.

Definire Huaycan come una città significa affermare che il linguaggio è potente, nel bene e nel male, e se non si sta attenti ad usarlo può diventare un grande strumento di stigmatizzazione, manipolazione ed esclusione.

I poveri continueranno a sentirsi poveri fino a che li si chiamerà così. Perciò, per gli abitanti di Huaycan auto-proclamarsi cittadini è molto importante: vuol dire riconoscere la propria esistenza di persone aventi diritti e doveri.

Quindi Huaycan è una città e su questo non ci piove (anche perchè qui non piove mai!).

Passiamo alla seconda parte della definizione. E qui il gioco si fa più duro. Può sembrare presuntuoso, assurdo, sprezzante, quasi sarcastico mettere la Speranza nel proprio nome quando tutto attorno a te sembra esserti avverso. Il paesaggio desertico e arido, le colline ripide, acqua e luce intermittenti e in alcune case inesistenti, la spazzatura ovunque (ma veramente ovunque!), le condizioni igieniche scarse e quindi la salute precaria, la malnutrizione, il lavoro che non c’è o se c’è è sottopagato e a condizioni indegne, di conseguenza la microcriminalità dilagante pronta a colpire ad ogni angolo, le baby-gang, la droga facilmente reperibile, le aggressioni, le gravidanze indesiderate e precoci, i padri assenti, oppure presenti, ma violenti e alcolizzati, il machismo, gli abusi, i lutti, gli abbandoni, le faide famigliari, il bullismo, i cani aggressivi perchè maltrattati…

Sì, chiamare il luogo in cui dimora tutto questo
la Città della Speranza suona proprio di presa in giro.

Eppure, cosa si nasconde sotto questo nome? Perchè gli abitanti di Huaycan hanno voluto battezzare così la loro città? Forse perchè queste sono solo le cose che si vedono, mentre la Speranza non si vede. La Speranza è uno spirito. Ed è proprio perchè non si vede che bisogna scriverla, per ricordarsi della sua importanza e del significato che ha nella vita di ognuno.

Questa gente si è giocata tutto per venire qui. Ha lasciato la sua terra, le sue origini, la sua identità per tentare di ricostruirsi una vita migliore. È stata la Speranza a muovere i passi. “Solo tengo la esperanza de progresar”, così canta una canzone ben conosciuta da queste parti. Il titolo è El provinciano. E una volta arrivati a Huaycan le speranze che hanno animato il viaggio sono forse state tradite? Può darsi, perchè questo mondo non fa sconti. Eppure rimane la Speranza che attraverso il lavoro infame di ogni giorno i tuoi figli possano avere la possibilità di fare meglio in futuro.

Il Futuro è figlio della Speranza e dell’Immaginazione: solo immaginando un futuro diverso lo si può creare. La Speranza continua ad essere la linfa di chi è nato qui e che quindi prova un senso di appartenenza e tanta, tanta voglia di riscatto.

La Speranza accomuna e unisce, la Speranza rende più forti.

Per chi legge il cartello d’ingresso di Huaycan, un promemoria: quel sottotitolo bizzaro
Bienvenido a la Ciudad de la Esperanza” è in realtà un invito e una sfida.
“Vai oltre ciò che vedi. E vai avanti”.

Chiara Petrolini, volontaria IBO in Servizio Civile in Perù



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