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Come gabbiani

EPISODIO 1 | UN DISTACCO NECESSARIO

Erano trascorse all’incirca tre, quattro settimane quando, l’auto grigia di Jeremi sulla quale viaggiavo, ripercorreva in direzione contraria quei sentieri sterrati e fangosi che mi conducevano all’aeroporto Internazionale di Nairobi, dove per otto ore e trentacinque minuti, avrei atteso il mio volo di ritorno per Londra.

Durante questa silente, a tratti ingiustificata attesa, ho potuto riflettere su quanto certe esperienze, richiedano una certa distanza temporale, prima che qualcosa, un’intuizione, mi verrebbe da pensare, le renda pronte ad essere raccontate. Testimonianze postume, mi piace definirle.

Così, con la stessa calma di un mare tranquillo che lambisce la spiaggia, si ritira, indugia nuovamente e poi all’improvviso si scaglia con impeto, ho rinviato questo momento, finché oggi il desiderio di lasciar andare la tastiera e dar voce ai ricordi, si è rivelato un’esigenza.

L’idea che con il passare del tempo potessi perdere traccia dei dettagli, anche di quelli apparentemente più insignificanti, di quella che ritengo sia stata una delle esperienze più forti della mia vita, a tratti mi terrorizzava. E non parlo dei volti dei bambini, dei loro nomi o del timbro della loro voce. Di quelli ne è pregna la mia memoria. Parlo dei tramonti vestiti rosso fuoco, dei colori accesi come camini d’inverno, degli spazi che mi circondavano, quasi sempre pieni di niente.

Un distacco necessario, dunque, per rielaborare i ricordi, edulcorare le immagini.

Ed ecco che oggi il mio personale traguardo è stato implorare la mia mente a fare un viaggio a ritroso, a riportarmi a quella mattina del 12 dicembre, quando alle prime luci dell’alba, uscita dall’aeroporto, fui avvolta da una strana inquietudine. Di tutto quell’entusiasmo sfacciato con il quale mi ero apprestata a salutare amici e parenti fino a poche ore prima della mia partenza, non restava che una strana sensazione di angoscia. D’un tratto però, ricordo bene, un solo pensiero si impose su tutti gli altri e quello bastò a spazzar via quella sensazione.

Mi stavo accingendo a realizzare un qualcosa che per anni avevo inseguito con l’immaginazione e lo stavo facendo con la paura mista a gratitudine di chi ubbidisce a un richiamo lungamente atteso.

Un desiderio ardente quello di volermi portare in un’area del Sud del mondo, che più volte negli anni avevo tentato invano di mettere a tacere. Non sarei stata all’altezza di quel viaggio, mi ripetevo spesso. Quel tipo di viaggio, intendiamoci.

Poi un giorno mossa da quella sana incoscienza di cui sono certa si avvalgono le scelte più audaci, mi misi alla spasmodica ricerca di un progetto di volontariato. L’organizzazione IBO Italia di Ferrara rispose alla mia ricerca, offrendomi la possibilità di aderire ad un progetto in Kenya all’interno di un istituto scolastico, dove avrei offerto il mio supporto durante le attività di insegnamento. Ed infine, dopo uno scambio preliminare di informazioni, un incontro virtuale a scopo conoscitivo, il mio profilo risultò idoneo alla partecipazione al progetto.

Da quel momento in poi non ci fu mai la ben che minima esitazione a ritirare la mia adesione.

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EPISODIO 2 | INIZIAVA TUTTO DA QUI

Iniziava tutto da qui, nel silenzio assordante di queste aule umide e austere circondate da pareti di cemento solo a tratti interrotte da una spennellata di colore. Al posto delle finestre, spazi aperti, dove l’azzurro incontrastato del cielo entrava prepotente a far luce in quelle aule.

Eppure, fu all’interno di quelle mura, talvolta seduta dietro un banco di legno, altre in piedi, di fronte a una lavagna con un gessetto puntato su una cartina, giocando a memorizzare la geografia dei luoghi ed altre ancora intorno a un tavolo di ping-pong, dediti a costruire puzzles, che giorno dopo giorno, con ritrovata serenità mi lasciavo travolgere, come un pezzo di carta portato dal vento, da un senso di pienezza mai avvertito prima.

Ciò di cui non riuscivo ancora a liberarmi era il senso indicibile di inadeguatezza, un tarlo battente nella coscienza, come un giudice supremo, pronto a dettare la sua sentenza.

Fu l’udire di una voce timida ed educata che mi veniva incontro accennando un sorriso, a porre fine a quel distacco emotivo.

“Hi! I am Antony, I was waiting for you.”

Quello tra me e il piccolo Antoni fu un incontro, che sugellava sin dal nostro primo sguardo un’intesa epidermica ma che presto avrebbe rivelato tutta la mia incapacità nel non saper contestualizzare quel legame. Occhi neri e solitari, orfano di madre non per scelta e di un padre che, nella dicotomica indecisione tra restare e scappare, scelse di rinunciare ad essere un uomo. Lo biasimai e poi mi colpevolizzai per averlo fatto. È toccato pertanto al nonno assumersi quell’incarico, nella misura in cui può farlo un uomo giunto a ottantacinque anni, con le ossa stanche ma il cuore ancora forte.

A guardarli mi chiedevo chi tra i due avesse dovuto rinunciare a vivere la sua età o se il loro adattarsi non fosse stato un compromesso alla pari. La loro vita insieme implicava svegliarsi alle cinque del mattino, percorrere chilometri e chilometri a piedi per arrivare al campo e insieme dedicarsi a svariate attività fino a tarda sera.

Non mi era mai capitato di vedere un bambino di soli cinque anni avere tanta dimestichezza con le pratiche legate alla terra. Sapeva quando e come piantare i raccolti, allevare le mucche e le capre, irrigare i campi e molto altro ancora. Il tutto per riuscire a portare a casa un pasto caldo.

Per il resto del tempo… non ricordo un solo istante, nei momenti che trascorrevamo insieme, che la presa della sua mano allentava la mia.

La mattina del mio secondo giorno a Mihango, impaziente di iniziare le attività ricreative, puntai la sveglia presto e dopo una colazione a base di mandazi e masala chai, mi diressi verso la scuola. Nel mio avanzare udivo in lontananza un bisbiglio. Erano loro, i bambini del villaggio che sbirciavano dietro le grate del cancello, come se avessero intuito che ci fosse la presenza di qualcuno all’interno della scuola e quel qualcuno era lì per prendersi cura di loro.

Il nostro divenne un appuntamento quotidiano, scandito dal desiderio di una promessa reciproca che a pronunciarla bastavano tre semplici parole: “See you tomorrow”. E poi l’indomani ci si rivedeva davvero, sempre più in anticipo, come a voler fregare il tempo.

Più della loro incontenibile e smisurata gioia di vivere, ciò che mi lasciava incredula era il loro desiderio di rinunciare a giocare pur di approfittare del nostro tempo insieme per imparare l’italiano. Impararono l’alfabeto, i numeri, i colori. Appuntavano ogni parola, la studiavano e il giorno seguente la sapevano ripetere alla perfezione.

Iniziai così a capire quanto quelle aule, che in principio mi erano apparse così prive di umanità, sapessero fungere da rifugio per quei bambini. Del resto, l’unico possibile.

Privati della possibilità di andare a scuola, questi bambini passerebbero le loro giornate a vagare per strada in cerca di rifiuti da rivendere per qualche centesimo. Peggio ancora, le bambine andrebbero incontro al destino che impone loro la tradizione: un destino che le vede costrette a matrimoni precoci e a una vita di violenze. Mentre i bambini, probabilmente, cederebbero alle strategie dissuasive dei movimenti terroristici che li vorrebbero arruolati come bambini soldato.

Eppure, nella speranza di poter barattare il sapere in cambio di un futuro migliore, si svegliano presto, percorrono tanti chilometri a piedi, a volte anche per ore, siedono dietro quei banchi, dalle sette del mattino fino a tardo pomeriggio. Poche pause, tanta stanchezza e poco cibo nelle tasche. Però non si arrendono.

Hanno sete di imparare, di attingere sapere in ogni sua forma. Lo fanno impugnando l’unica invincibile arma che hanno a disposizione: una matita, un colore, una penna.

Ricordo una mattina in particolare quando, per un movimento involontario della testa, rivolsi gli occhi al cielo e vidi uno stormo di gabbiani bianchi volare sul tetto della scuola.

Il loro virare sicuro
dava l’idea che il cielo
gli appartenesse

almeno quanto
a ciascun bambino,
all’interno di quella scuola,
sembrava appartenere
il diritto di studiare
,
di diventare consapevoli
dei propri diritti.

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EPISODIO 3 | TRA LE COSTOLE E IL CUORE

Le mie giornate all’interno del collegio erano scandite da piccoli rituali, con quella giusta distanza l’uno dall’altro che permetteva il lusso di ascoltare i propri pensieri, metterli in ordine, ristabilire le priorità. Giurai a me stessa che avrei preservato quell’equilibrio anche quando fosse giunto il momento di lasciare quel posto.

Le settimane passavano ed io, strappando il tempo all’inesorabile lentezza di quelle giornate, mi guardavo intorno alla ricerca di un qualcosa a cui non riuscivo a dare un nome. E dopo un lungo cercare, alla vigilia della mia partenza, dopo il più forte dei monsoni venuti giù da quando ero lì, fu lei a trovare me.

Resilienza era la parola che andavo cercando.
Tanto impercettibile all’occhio quanto potente nella sua fenomenologia.

Era tutta lì, in quell’inesorabile mistero che si celava dietro piccoli e potentissimi gesti del loro quotidiano. Nell’arte di saper costruire e ricostruire senza mai perdersi d’animo. E c’era dignità in ogni singola azione. Nel rattoppare un pallone bucato per giocare a calcio. Nel saper utilizzare un quaderno al contrario, per metterci dentro quanto più sapere possibile. Nel saper indossare un paio di scarpe bucate, tramandate da almeno un paio di generazioni.

Nel dividere in due una caramella e lasciare l’altra metà per il giorno seguente.

Perché ho deciso di raccontare questa storia?

Perché da qualche parte ho sentito dire che l’unico modo che abbiamo per agire sia lasciare una testimonianza nella maniera che più ci riesce meglio. Avrei potuto farlo con un elenco esaustivo di immagini, ma l’effetto sarebbe durato il tempo di un click su un social.

L’ho fatto per impedire che ogni singola immagine catturata non restasse orfana della sua carica comunicativa. E infine, perché, se fotografare implica avere una visione, raccontare vuol dire prendere una posizione, avere un punto di vista ben preciso.

Io ho avuto il privilegio di portarmi dietro, non tanto quelle immagini, quanto delle esperienze indimenticabili legate ad ognuna di loro.

Ogni giorno, ogni sorriso, ogni silenzio vissuto in quello spazio di terra resterà inciso nelle pieghe della memoria, incastonato tra le costole e il cuore dove dicono si fermino le cose preziose. Non mi era mai capitato di sentirmi dentro qualcosa di tanto bello e potente, una specie di ordigno nucleare capace di sventrarti l’anima per poi riconsegnartela un attimo dopo con un peso in più.

Un peso che sa di infinito.

Londra
21 marzo 2020
Lucia Reho

P.S Quando all’inizio di questa storia ho detto che serviva un’intuizione per far sì che fosse scritta, quell’intuizione è stato l’arrivo di un messaggio sul mio cellulare che diceva: “I have a dream. I would like to study art and music in Italy“.

Questa storia non l’ho scritta io, mi è stata dettata da questa incredibile esperienza e da tutte le persone che ne hanno fatto parte. Susanna è tra queste. Una compagna fantastica.

[vc_cta h2=”FINE (almeno per adesso…)” style=”outline” color=”peacoc”]Come Gabbiani è un racconto in tre puntate di Lucia Reho, volontaria IBO nel Campo di Lavoro e Solidarietà a Mihango (Kenya) a Dicembre 2019.[/vc_cta]


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