Costruire comunità

Costruire comunità: l’esperienza “Quijote”

In quasi un anno di esperienza dei Corpi Civili di Pace, nelle periferie di Lima Nord, ho potuto sperimentare una delle componenti più interessanti del progetto: la costruzione e il rafforzamento della comunità.

Obiettivo fin troppo ambizioso, direbbero i realisti, in un contesto decisamente marginale e in un’epoca storica che sembra spingere in maniera dirompente verso un marcato individualismo. Mentre Margaret Thatcher negli anni ’80 poneva in discussione l’esistenza della società stessa, affermando il primato dell’individuo, in Perù si era sull’orlo di una gravissima crisi economica e sociale, unita alla triste fase del terrorismo interno.

La lotta allo Stato fu capeggiata dall’organizzazione “Sendero Luminoso”, di ispirazione Marxista – Maoista, che si proponeva di instaurare un nuovo regime rivoluzionario. Noto per le violenze perpetrate soprattutto nelle zone andine rurali, ebbe come effetti principali il montare la paura nella popolazione civile e una crescente sfiducia nei confronti dell’altro, visto come un pericolo o una minaccia.

Questo clima generale di sfiducia ha sicuramente facilitato la reazione autoritaria negli anni ’90, con la dittatura di Alberto Fujimori impegnata nella lotta al progetto eversivo. L’intervento del presidente di origine giapponese ottenne buoni risultati se si pensa che la fine del terrorismo sostanzialmente risale al 2000, ma divennero spiacevolmente famosi i massacri e le violazioni dei diritti umani compiuti dal servizio di intelligence nazionale e dai gruppi paramilitari in appoggio, con numerose vittime innocenti ancora oggi non identificate. Tutto ciò, unito a politiche economiche di stretta osservanza neoliberista, ha portato ad acuire le tensioni sociali ed incrinare i rapporti comunitari.

Nella periferia dove si svolge il progetto, Santa Rosa di Puente Piedra, interessata come gran parte dei sobborghi di Lima da copiose migrazioni interne, tante famiglie sono testimoni diretti o indiretti delle violenze descritte e dell’allentamento dei legami collettivi. È significativo ricordare che il quartiere fu fondato a metà degli anni ’60 con un lavoro di grande partecipazione cittadina, di ispirazione veramente comunitaria e solidale che riponeva le speranze in un futuro migliore. Dopo il terrorismo e gli anni della dittatura, questo afflato sembra essersi perso quasi del tutto.

L’obiettivo principale del “Proyecto Quijote para la vida”, dal lontano 2007, è di formare bambine e bambini come futuri leader e gestori culturali. Tramite attività educative ed arti varie si cerca quotidianamente di infondere negli adulti di domani valori positivi che possano essere di riferimento nel quartiere. Con l’anelito di costruire una società più giusta, inclusiva e partecipe, partendo dal basso.

Durante quest’anno ho vissuto dal di dentro questo tentativo. Il maggior banco di prova è stato l’organizzazione del primo “Festival Quijote” e dell’incontro nazionale delle biblioteche comunali, nel novembre scorso, grazie alla vittoria di un bando nominato “Cultura viva comunitaria” della municipalità di Lima. Il festival si proponeva di celebrare quello che era ormai un percorso di dieci anni dell’associazione con un evento che fosse al tempo stesso di intrattenimento e di riflessione per la comunità; con concerti, opere teatrali, danze e letture varie. Diversamente, l’incontro delle biblioteche comunali (enti gestiti da associazioni e organizzazioni no profit che propongono attività e laboratori culturali vari, non solo in relazione alla lettura), era stato pensato come momento di conoscenza e scambio reciproco di una realtà molto diffusa in Perù, ma con scarsa capacità di fare rete e senza alcun riconoscimento istituzionale.

L’organizzazione del festival ci ha impegnato per quasi cinque mesi. L’idea ambiziosa, oltre a gestire egregiamente l’evento con un finanziamento della municipalità di circa 4000 euro, era di svolgere la manifestazione in un luogo pubblico, un campo sportivo polivalente, situato a circa dieci minuti dal “Quijote”. Zona in cui vivono persone che normalmente non usufruiscono del centro culturale. Si è perciò impostata una prima fase in cui bisognava farsi conoscere, cercando di convincere della bontà del progetto le famiglie che vivevano attorno al futuro scenario, ottenendo così la loro fiducia e approvazione. Missione ostica in un quartiere dove gli eventi a carattere culturale sono assolutamente anomali.

Ci si è quindi concentrati in riunire i pochi conoscenti della zona spiegando il progetto e manifestando la volontà di intervenire settimanalmente con laboratori e piccole attività nella pista polivalente, per giovani ma non solo. Cineforum per bambini, laboratori ambientali, giochi di gruppo e attività sportive, giornate di sistemazione della struttura, sono alcune delle attività che a cadenza quasi settimanale, il sabato, venivano proposte. Con la collaborazione di un collettivo itinerante specializzato in interventi negli spazi urbani, autore dello scenario del festival, e ad un gruppo di muralisti di Lima, che hanno pitturato ed abbellito le strutture.

Il loro aiuto è stato fondamentale in almeno due obiettivi: fare rete, affidandosi ad artisti e professionisti nel loro campo, e rafforzare il coinvolgimento delle persone, non calando dall’alto le idee. Tutti gli interventi venivano decisi con l’aiuto dei locali, spesso dei bambini e ragazzi del quartiere. Per esempio, per creare e dipingere un murale al lato del campetto, sono stati gli stessi ragazzi a descrivere idealmente il “barrio” in cui avrebbero voluto vivere e poi, aiutati dai muralisti, hanno partecipato attivamente e con entusiasmo alla pittura.

Il tutto nasceva in maniera molto artigianale e spontanea, spesso ci si presentava di buon mattino con un megafono ad annunciare che ci sarebbe stato un certo laboratorio e a poco a poco i ragazzi uscivano dalle loro case, tra il diffidente e l’incuriosito, prendendo parte alle attività. A volte riusciva meglio e a volte meno, ma non c’erano alternative organizzative in un contesto tanto informale.

È stato dunque un lavoro continuo che ha dato i suoi frutti, guadagnandosi almeno l’appoggio di alcuni vicini che si sono offerti di aiutare ben volentieri. La verità è che nel mondo variopinto delle periferie c’è consapevolezza nella rilevanza della cultura o nell’importanza di agire e migliorare gli spazi in cui si vive. Il problema è che spesso rimane latente e serve qualcuno che risvegli il sentimento, accenda la miccia ed abbia la capacità di aggregare. Non si può aspettare che attuino gli altri, la municipalità per esempio, che risulta spesso assente e poco interessata. Bisogna mettersi in gioco in prima persona, senza alcun ritorno economico personale.

È sicuramente anche grazie a queste persone che, pur con una discreta incertezza, si è potuto organizzare il festival a metà novembre. Il risultato a mio parere è stato molto soddisfacente, pur con dei limiti. La qualità degli eventi proposti era alta, considerando che nessuno ha percepito alcun compenso, mentre l’atmosfera era molto accattivante. La risposta del pubblico invece è stata un po’ deficitaria, c’era diversa gente soprattutto il primo giorno, ma poca del quartiere stesso, della comunità. Il secondo giorno si è salvato grazie alla presenza dei bambini delle scuole. Sembra dunque una contraddizione, si è tentato di coinvolgere il più possibile la comunità, che però non ha risposto in maniera esaltante.

Una delle ragioni è la scarsa abitudine del vicinato a seguire eventi di questo tipo, la cultura probabilmente non è ancora sentita come una priorità. Da qui nascono anche le difficoltà di coinvolgimento dei vicini durante l’organizzazione, non ci si mette a disposizione per qualcosa di cui si è scettici o di cui non si comprendono i motivi.

Altra motivazione è l’effettiva inclusione del centro Quijote nella comunità. È vero che la struttura funziona molto bene da dieci anni e tanti bambini partecipano alle attività giornaliere, sintomo di riconoscimento positivo da almeno una parte del quartiere. Oserei però dire che a volte l’approccio delle famiglie è più strumentale, di tenere occupati i bambini ogni mattina per tre ore, mentre il messaggio di creare futuri leader comunitari resta un po’ sullo sfondo, sfumato. In un contesto fortemente disagiato, il centro culturale rischia più di essere come una mosca bianca, un’eccezione positiva composta da persone di mentalità molto aperta e tollerante ma che non attecchisce fino in fondo nei sentimenti e il vissuto delle persone. Ed è così che quando si prova a battere nuove strade, oltretutto in un’altra zona del quartiere, le difficoltà si palesano.

Sembra uno scotto da pagare necessario, nel senso che se qualcuno non agisce ora, nessuno se ne preoccuperà al suo posto. Allo stesso modo è fondamentale partire dai giovani, molto permeabili a certi valori positivi. Credo sia questo il senso di costruire comunità laddove i legami sono deboli. Un processo, di lunga durata, che deve coinvolgere il maggior numero di persone per creare un’unità di intenti, inserendo la cultura e i valori di solidarietà e partecipazione ai posti più alti delle priorità della popolazione. Senza l’aiuto degli altri tutto ciò diventa impossibile. Purtroppo dopo il festival i nostri interventi nell’area sono diminuiti, non ci sono state le forze per proseguire tutte le settimane con le attività. In una comunità ideale probabilmente sono gli stessi vicini ad occuparsi del miglioramento dell’utilizzo dello spazio. Ma la realtà ancora è ben lontana dall’ideale.

Nella seconda parte del progetto, da gennaio 2018, ci si è concentrati maggiormente sul versante del rafforzamento del sistema delle biblioteche comunali, con buoni passi avanti per quanto concerne l’istituzione legale della rete e la partecipazione a un bando a livello latino americano, che prevederebbe tra l’altro l’organizzazione del secondo incontro nazionale delle biblioteche comunali. Anche in questo programma c’è stata una visione molto focalizzata sulla comunità, su come infondere nei cittadini la necessità e l’importanza della lettura, e come valorizzare questi spazi di condivisione molto popolari nell’intera America latina.

Oltre a ciò, i responsabili del centro culturale non potevano dimenticare la politica come uno dei temi da trattare. Si sono tenuti vari dibattiti con esperti e professori sulla situazione peruviana attuale, scossa recentemente dalle dimissioni del Presidente Kuczynski, in parallelo a corsi di formazione e valutazione di politiche pubbliche. Sono state esperienze interessanti di condivisione, in un certo senso di presa di coscienza da parte delle persone della necessità di agire, di cambiare la situazione in prima persona, di informarsi e partecipare dalla base. Solo con una condivisione di certi principi comunitari si può diventare cittadinanza attiva e massa critica, altrimenti ci si rassegna alle fragilità dell’individualismo, da cui l’attuale classe politica trae linfa vitale.

In conclusione sono orgoglioso di aver preso parte a questa esperienza comunitaria, a questo processo di formazione che mi ha permesso di calarmi in un contesto molto diverso da quello in cui mi muovo in Italia, con problematiche solo in parte simili e spesso molto difformi. Con le difficoltà di stimolare la partecipazione e la riflessione in persone sempre più ripiegate su sé stesse, isolate ed emarginate, ma la cognizione che nei loro cuori alberga ancora un sentimento di speranza e giustizia, il sogno di un altro mondo possibile. Speriamo che questo percorso continui con ancor più vigore e consapevolezza in futuro.

Luca Bini, Volontario IBO dei Corpi Civili di Pace in Perù



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