Diario dai campi: l’eremo di San Benedetto Belbo

Ho imparato che per un muro a secco è più giusto parlare di creare che di costruire, cosa che rende lieve un lavoro per altri versi pesante. C’è fantasia, il gusto della ricerca della pietra giusta, il trionfo quando la trovi.

Tra le colline piemontesi, nel piccolo eremo dei due frati Toio e Lorenzo, Lucia vive una vita di altri tempi e scopre il piacere della convivialità: come per costruire un muretto ogni pietra, dalla più grande alla più piccina, è assolutamente indispensabile, così per costruire un’esperienza indimenticabile ogni volontario e ogni contributo sono essenziali.

Una vera fortuna essere rimasta un giorno in più dopo la fine del campo. Solo allora, giornata di calma e di riposo, ho visto e letto un libricino sul tavolo del refettorio, dal titoloConvivialità“. Autore: Toio Del Piano, ovvero uno dei due monaci (l’altro si chiama Lorenzo) che da soli reggono sulle spalle tutta la struttura dove eravamo alloggiati io e gli altri volontari.

Negli anni questo bel luogo in partenza molto rovinato è stato restaurato con lavoro e maestria da Toio e IBO, mentre Lorenzo coltivava l’orto, curava le piante ornamentali e si occupava della casa, cani compresi. Il lavoro fatto traspare nella bellezza pulita e riposante dei luoghi, a più di seicento metri d’altitudine, nelle colline delle Langhe.

È il titolo del libricino, però, che mi spiega il segreto dell’aria leggera che si respira dentro e fuori le mura del complesso. Di convivialità è pervasa anche la Scuola di Muri a secco che Toio (Vittorio per l’anagrafe) ha tenuto per noi. Questo monaco per insegnare non spende troppe parole, ma usa un’attenzione costante a tutto e a tutti, trasmettendo un messaggio di passione per il lavoro fatto bene e una serena noncuranza delle difficoltà.

Prima di fare il muro, c’era da scavare il cumulo di terra creato dal crollo causa alluvione del muro precedente. Estraevamo e mettevamo da parte le pietre da utilizzare per ricostruirlo. Bisognava, a volte, spostare pietre colossali o trovare quelle di una forma precisa, come se fossero oggetti prodotti in fabbrica invece che frutto del caso. Il primo problema Toio ce lo faceva risolvere col metodo, il secondo con pazienza e un po’ di fortuna.

Ho imparato che le pietre tutte storte, non adatte per il fronte del muro, sono da inserire dietro il fronte per formarne lo spessore, ovvero circa 80 cm. Mica un muretto! Ho imparato che per un muro a secco è più giusto parlare di creare che di costruire, cosa che rende lieve un lavoro per altri versi pesante. C’è fantasia, il gusto della ricerca della pietra giusta, il trionfo quando la trovi. Ho imparato anche che senza lo spessore giusto, la pietra aggiunta non sta ferma. Viene meno il principio su cui si basa un muro a secco: si regge solo se ogni singola pietra è sistemata in modo da non fare nessun movimento.

Prova ne sia il fatto che, se il terreno si apre sotto uno di questi muri, le sue pietre componenti non crollano. Ci vogliono, quindi, occhio e precisione. Per esempio Toio mi chiedeva: “Portami una pietra 6×8” (centimetri,s’intende). Gliela portavo e lui diceva: “Ma non lo vedi che è 4×7?”. Io non lo vedevo, confesso. Oppure poteva dire: “Mi serve una di quelle del gruppo ‘guai a chi le tocca’, di un centimetro di spessore”. Arrivavo con la pietra e lui: “No, questi sono 7 millimetri”. Non ci restavo male, ero ammirata e stimolata a imparare.

Un altro aspetto della convivialità di questo lavoro: non c’è bisogno di essere tutti forzuti, c’è posto anche per esili fanciulle (o donne in là con gli anni). I primi a rotolare grandi massi, le seconde a riempire lo spessore del muro. Ogni tanto compariva Lorenzo a pretendere, giustamente, che uno di noi lo aiutasse nei multiformi lavori dell’orto. Il buon cibo che cucinavamo proveniva dai suoi ottimi prodotti. Un esempio di chilometro zero realizzato pienamente.

Sul piano della comunicazione linguistica non ci siamo fatti mancare nulla. A tavola, luogo di scambio per eccellenza, si intersecavano traduzioni dall’inglese all’italiano e viceversa, condite con un po’ di francese, per Toio, e di olandese, per due volontari del gruppo. I tre tedeschi spesso si abbandonavano a qualche chiacchierata fitta nella loro lingua, mentre Jasmine, l’egiziana, sapeva benissimo l’inglese e rideva, con una dolcezza dell’altro mondo.

La prima settimana ci siamo trovati a gestire anche la comunicazione con Jago, un ragazzo sordo, che non sapeva una parola né di inglese né di tedesco, ma che chiedeva di essere continuamente messo in comunicazione con Sophie, la bionda fata tedesca di 18 anni che lo aveva colpito. Insomma, è stato un grande rodaggio comunicativo, e mi sono pure trovata a tentare di tradurre agli stranieri le battute spiritosissime dei due monaci. Nell’atmosfera che si era creata si rideva moltissimo.

Lucia Evangelisti



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