Due nuove Akka

Volontariato in questo mese per me ha significato anche questo: vedere accogliere due nuove akka con la semplicità di una carezza e la dolcezza di un sorriso, senza lacrime, né traumatici distacchi o pensieri tristi, ma insegnandogli le regole di vita dentro una grata da cui si guarda il mondo ed entra spesso un vento fresco.

Volontariato non è una delle mie parole preferite, perché troppo lunga e troppo pari. Amo i numeri dispari e i suoni meno costruiti. Ma ammetto che amo il significato che evoca in me: questa parola racchiude in sè due concetti che adoro: l’idea del volo e quella della volontà.

La prima mi ha fatta prendere tre aerei e mettere molti km tra me e la mia città, gli amici, i famigliari, le mie abitudini ed è una cosa che trovo altamente sana per potersi dire sufficientemente lontani. La seconda è quella che più riconosco come qualità in ogni persona che incontro: la volontà, la forza dell’impegno, sia verso un pensiero, un gesto o un’idea.

L’esperienza che ho scelto di fare qui in Tamil Nadu (Sud est dell’India) ha molto a che vedere con l’impegno. Ed anche ora che sono a Killai da alcune settimane e la curiosità mi spinge a sbirciare dietro la grata aperta che dà sul patio, è l’impegno che mi motiva a stare concentrata su quello che sto facendo. La lingua tamil è una difficoltà oggettiva qui: è una lingua particolare, a suo modo bellissima.

Le lettere scritte volteggiano sui fogli come linee aeree immaginarie disegnate nell’aria dalle ginnaste durante una sequenza acrobatica. Sentirla parlare è un’altra cosa. Le parole sono suoni tronchi, a volte duri, altre morbidi, ma pieni di sfumature e anche dove si riesce ad imparare qualche significato, subito la pronuncia ne modifica la presa.

Ci sono molte cose che mi piacciono delle bambine che vivono in questa casa e del loro modo di comunicare: mi piace che dopo cena siano “costrette” a leggere i quotidiani: uno in tamil e uno in inglese e che quando ciò avvenga tutte debbano stare in silenzio. Mi piace che mi vengano a svegliare sempre molto presto per fare esercizi fisici e mentali prima di ogni altra cosa. E mi piace che vogliano condividere tanti particolari della loro vita con noi.

Ci sono, chiaramente, anche cose che non mi piacciono e forse, tra queste, la prima è che nessuna possa in realtà uscire liberamente dai limiti di questa casa, non che ci sia chissà cosa là fuori (anzi da un altro punto di vista, è una difesa l’idea di restare dentro), ma non è comunque lontanamente possibile per loro valicare la soglia, sole o no, e uscire.

A rimarcare questa barriera invisibile, nella casa ci sono grandi finestre aperte nel cemento con delle grate di ferro che ne riempiono lo spazio d’aria e frammentano la luce, rendendo quelle aperture molto simili ai cancelli delle prigioni. Ci può passare il vento e ci si può guardare il mondo attraverso. A quadretti, penso. È una cosa su cui riflettere.

Ancora di più rifletto stasera dove proprio oltre questa grata si sta svolgendo una specie di colloquio tra Kavitha che è la responsabile del centro e una madre, direi, accompagnata da un uomo che dai vestiti mi sembra rivesta qualche ruolo istituzionale (poliziotto?infermiere?assistente sociale?). Attorno a loro gironzolano due bambine con gli occhi grandi e i codini nei capelli, una di loro quando sorride mostra un altro tipo di finestra: quella di qualche dente mancante che rende il suo viso ancora più dolce. Saltellano, ballano, osservano e appoggiano la faccia tra i quadretti regolari della grata per curiosare dentro.

Le altre ragazze, quelle dalla parte interna della casa, dovrebbero fare un esercizio sulle prepositions, ma cominciano a loro volta ad incuriosirsi e le fanno domande nella loro bella e complicata lingua. Si scambiano sguardi, sorrisi, gesti. Provo a carpire qualcuno di quei suoni o solo qualche espressione di significato, ma vengo solo a sapere che le due bimbe fuori hanno due nomi e due età diverse e che sono akka.

Akka è la prima parola che si impara in questa casa, perché qui tutte le ragazze ci chiamano akka, si chiamano akka tra di loro e rispondono, scattando sull’attenti, “akka?” quando Kavi le chiama. Akka significa sister. Ed è una parola semplice. Da dire e da capire.

Questo colloquio dura già da un po’ di tempo, fuori è buio anche se sono solo le 19.30. Le zanzare stanno caricando le loro armate per battaglie succhiasangue notturne e tutti gli insetti che popolano la zona si stanno radunando per uscire allo scoperto. Anche il solito rospo arriva puntuale a grandi balzi sui gradini dell’ingresso.

Fingo di portare avanti una lezione d’inglese, ma sono altamente distratta da ciò che questa madre, evidentemente in difficoltà, chiede, racconta, non dice. Non capisco, chiaramente; ma appena finiscono di parlare il tizio vestito istituzione e la madre se ne vanno e le due bambine entrano in casa. Paru, pronta dietro la porta, avvolge la più piccola con un abbraccio alla schiena e la fa muovere sui suoi passi dandole un certo calore come benvenuto.

Tutte le altre ragazze sospendono esercizi o arrivano da sopra, avendo intuitivamente indovinato la novità e iniziano a coinvolgere l’altra in sorrisi e movimenti collaudati. Vanno nella loro stanza a farle vedere spazi, modi, luoghi. Due nuove akka, quindi. Che momento speciale! Si chiamano Pretti e Pujia ed hanno rispettivamente 8 e 10 anni. Sono così felice del loro arrivo che le seguo, anch’io istintivamente, dovunque vadano.

Pedino ogni movimento e peso ogni gesto e ogni parola. In attesa o in attenta osservazione di ciò che mi aspetto di vedere nel loro volto e invece non trovo: un cenno di debolezza, di insicurezza, di nostalgia materna. Penso a quante volte nelle mie mattine bolognesi devo strappare i bambini dalle braccia delle mamme e consolare pianti infiniti per madri che se ne vanno tristi e si tratta di un distacco che dura al massimo una giornata. Il tempo di un turno di lavoro. Non c’è niente di tutto questo in loro. Quando chiedo la situazione a Kavi, mi dice che la storia della madre non è chiara, ma ha chiesto aiuto, ne ha bisogno e l’aiuto più importante che le può dare è tenere qui le sue bambine.

Allora forza! Aggiungiamo due piatti per mangiare, due bicchieri per bere e due bauli nella stanza delle ragazze dove dormiranno sdraiate a terra vicino alle loro altre dodici akka.
Volontariato in questo mese per me ha significato anche questo: vedere accogliere due nuove akka con la semplicità di una carezza e la dolcezza di un sorriso, senza lacrime, né traumatici distacchi o pensieri tristi, ma insegnandogli le regole di vita dentro una grata da cui si guarda il mondo ed entra spesso un vento fresco.

Racconto 1 classificato Concorso Letterario 2013
Valeria Pagani, volontaria IBO Campo di Lavoro e Solidarietà India (Tamil Nadu)



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