Fotografie dal Kenya

Due occhioni grandi che ti guardano di nascosto, un sorriso che si apre piano piano, un nome sussurrato a voce talmente bassa da doverti piegare alla sua altezza. “Vieni a giocare?”, una piccola manina che stringe la tua e sembra appiccicarsi con la colla, mentre giochiamo a nascondino o acchiappino con un’altra quindicina di bambini provenienti dal villaggio di Mihango.

Sveglia alle 6.30, colazione ore 7.00. La marmellata che non c’è, i panini fatti in casa che, quando ti abitui, sembrano i più buoni del mondo. Quattro ragazze, sconosciute nel volo di andata, che ora ritrovi amiche, compagne di questa avventura straordinaria che in un giorno come un altro hai deciso di voler vivere.

Un ragazzo che ti aspetta con una pala in mano, affinchè tu possa aiutarlo a zappare la terra, a sradicare quegli alberi che devono far posto a nuove piante da frutto. Sai bene come lui che il tuo aiuto sarà minimo con la forza che ti ritrovi, ma vai lo stesso perché quattro braccia sono meglio di due.

Una novizia che ti chiama per aiutarla ad annaffiare le piante, Sr. Theresia che ti rimbrotta amichevolmente perché non sei passata dalla cucina, dalla loro vecchia cucina a legna in cui non c’è nemmeno una finestrella e il fumo ti imbratta tutti i vestiti che devi continuamente lavare a mano.

Dopo pranzo mille pannocchie da sbucciare, una lezione di italiano e swahili improvvisata con novizie e sorelle africane; tante risate e tante parole storpiate.

Edward, il tuttofare, sempre indaffarato ti consegna un pennello e della tinta per dipingere la staccionata in giardino di mille colori; ben presto un gruppetto di bambini ti fissa curioso e i più intrepidi si avvicinano per colorarsi un ditino.

Spazzare la scuola, spostare i banchi, dipingere le aule; salire su impalcature “improvvisate” che sembrano voler cadere da un momento all’altro ma che tutto sommato resistono sempre.

Il gioco con i bambini della Corradini Catholic School: rincorrersi, ballare, cantare, disegnare. Niente di diverso da quello che vivo anche qui in Italia tutti i giorni nella scuola in cui insegno. Cosa cambia?

Non so, forse sono partita a luglio per questa esperienza di tre settimane con il desiderio di fare qualcosa per gli altri ma sono tornata con la consapevolezza che per quanto possa aver dato un piccolo contributo a quel luogo lì, facendo ciò che mi veniva chiesto, chi ha guadagnato di più sono stata io, perché ogni volto incontrato, ogni bambino abbracciato, ogni sorriso ricevuto è strumento e dono per riscoprire un po’ di più chi sono io e chi voglio diventare, grazie agli incontri che faccio lungo la mia strada.

Caterina Fabbri, volontaria IBO dei Campi di Lavoro e Solidarietà
Concorso Letterario 2018 “Racconti di una esperienza”



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