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Guatemala: un giorno non di festa, ma di lotta e speranza

Venerdì c’è stata l’inaugurazione del albergue, ovvero una casa protetta per donne vittime di violenza; un giorno definito non di festa, ma di lotta alla violenza perpetrata sulle donne e di speranza perché un giorno non ci sia più bisogno di questo luogo.

Speranza. Girando il dipartimento di Chimaltenango per le visite domiciliari, ho avuto l’occasione di vedere e conoscere storie e situazioni che superano i limiti della mia capacità di comprensione. Per questo quando torno a casa arrabbiata, perché la realtà mi ha schiaffeggiata nuovamente, mi chiedo se sia meglio arrendermi alla immutabile e cruda realtà cercando di abbattere ogni aspettativa che potrebbe essere irrimediabilmente delusa o nutrire quell’illusa speranza che le cose possano cambiare.

Perché la speranza è stato il motore che mi ha spinto a scegliere di dare il mio contributo a questa causa.

La realtà è che è difficile credere che qualcosa possa cambiare in una società tanto intrisa di violenza, in cui una madre può pensare che la violenza sessuale subita da sua figlia sia stata voluta da un dio che richiamava a se quella ragazzina che da tempo non frequentava la chiesa, in cui vedere 13enni che allattano non è assurdo, dove è impensabile parlare di anticoncezionali anche se in Guatemala un adolescente su cinque è rimane incinta e che le stesse “sono libere di decidere” se rischiare di essere condannate a uno o èià anni di prigione per aver abortito o crescere sole i loro bambini.

E il circolo vizioso sembra infinito.

Però in questo venerdì, che ha chiuso una settimana tanto pesante, essere davanti all’albergue realizzato grazie alla caparbietà di poche e forti donne, mi da la spinta per tornare a lottare con tutta me stessa e contro me stessa per mantenere viva quella briciola di speranza, così preferisco rimandare l’amarezza a lunedì e lasciare spazio ad un sorriso emozionato.

Teresa Martino, volontaria IBO in Servizio Civile in Guatemala



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