Ho visto il sole a Tablada


Lima, la città dei tre inverni,
mi accoglie col suo cielo grigio, coperto dall’umidità e dalle nubi, che non lasciano trasparire il minimo raggio di sole. A bordo di un taxi nero, sola, guardo il paesaggio attraverso il finestrino, mentre mi addentro in periferia. Osservo le strade e gli edifici cambiare radicalmente aspetto, l’asfalto lascia il posto alla terra battuta, arida, il cemento ai mattoni grezzi su case, che si ammassano una sull’altra. La nebbia offusca anche i miei pensieri e ad un tratto non so se sono in grado di affrontare questa esperienza e mi sento sola.

Le preoccupazioni non svaniscono quando la mia attenzione viene catturata da un branco di cani randagi che combattono in un vicolo. Deglutisco e spero che non sia questo il luogo dove starò per venticinque giorni. Altri cento metri e il taxi accosta. Vedo una recinzione di massima sicurezza, insormontabile, che si alterna a delle mura dipinte con immagini sacre. All’interno una chiesa in cemento armato, e oltre, una struttura moderna, ma già segnata dal clima umido, riservata all’associazione che accoglie bambini ed adulti in stato di povertà, abbandono e disabilità. Siamo finalmente arrivati al “Hogar de las Bienaventuranzas”.

Nessuno mi spiega nulla, finché non conosco altri volontari con cui condividerò la stanza e questa esperienza: Mylla, Haila, Giselle, Carolyn, Cristina, Esteban, Igor, Felipe, Rafael. Mi fanno fare un giro veloce di tutta la struttura e in poco tempo vedo tutti i bambini, gli adulti e i loro tutori. La maggior parte delle persone ricoverate hanno deficit mentali, alcune passano le giornate a fissare il vuoto, o sono affette da sindrome di Down, autismo, o AIDS.

Nascere in periferia, con delle disabiltà o malattie, in ambienti malsani, o criminali, prelude a una sola possibilità: essere gettato via come un rifiuto e molti sono stati ritrovati in discarica o abbandonati nelle spiagge.

Infine, entro nell’UCI, una stanza che funge da terapia intensiva. L’aria è soffocante, c’è tantissima umidità, il soffitto è verde dalla muffa, con pezzi di intonaco che si polverizzano a terra. Ci sono una decina di culle con i malati più gravi, tutti bambini, che aspettano solo di morire. Sulle pareti maschere per l’ossigeno, appese sotto a crocifissi. Ciechi, alimentati solo con sonde gastriche, con problemi respiratori, costretti a vivere in queste condizioni malsane, allungando la loro agonia. Non posso restare qui più di dieci minuti perchè in questo posto con tanta fede, ma poco Dio, mi sento male e mi viene da vomitare. La sera mi ritiro in camera e mi addormento all’istante, presa dalla stanchezza e dall’emotività.

Impiego alcuni giorni per ambientarmi poichè per me è la prima volta che lavoro con persone disabili, per di più in un paese così povero. L’aria mozza il fiato, soprattutto nei dormitori di prima mattina quando il fetore nauseante di pipì, misto al disinfettante per pulire, riempie i polmoni. Devo assistere ogni giorno a scene dolorose e violente. Molte volte i tutori sono costretti a legare alle sedie i ragazzi perchè, presi dalle loro crisi di autolesionismo, rischiano di farsi seriamente del male, procurandosi ustioni o tagli profondi.

Mi sento inerte, poichè non mi è sempre permesso aiutare tutte le persone che hanno bisogno, perchè molti perderebbero in breve tempo tutti i progressi fatti negli anni e diventerebbero sempre meno autosufficienti. Le mie mansioni sono molto semplici: aiuto a servire i pasti, pulisco la mensa, accompagno ogni giorno gli unici tre ragazzi che vanno a scuola, tengo compagnia ora ai bambini, ora agli adulti.

Ogni giorno che passa raccolgo sempre più soddisfazioni. Non faccio più caso a ore e giorni, il tempo vola e mi dedico totalmente alle persone che mi prendono e mi danno tanta carica ed energia, tanto che diventano il mio carburante quotidiano. Mi stanco molto psicologicamente e, quando ho bisogno di staccare un attimo, giro per il grande Mercado di Tablada, mi perdo tra i suoi mille colori, i rumori, i profumi forti. Dopo alcuni giorni non è più solo un luogo di dolore, e io, non sono più una semplice volontaria, ma sto diventando “amiga, tia, hermana, mamì”.

Non sono più sola: ho i baci, gli abbracci, i sorrisi e gli occhi pieni di gratitudine di tutti, volontari, lavoratori e ragazzi. Diventa tutto tragico e meraviglioso insieme. Il dolore e la malattia si arrendono alla forza immensa dell’amore, alla magnificenza di questo progetto che, nonostante i limiti, sta dando una seconda vita e una famiglia agli ultimi degli ultimi.

Così per la prima volta mi sono resa conto che il sole è proprio dentro a queste quattro mura ammuffite.

Il sole sono le storie d’amore dei ragazzi venezuelani immigrati che lavorano qui.

Il sole sono questi bambini che hanno bisogno solo di tempo e affetto per essere felici.

Il sole sono i loro sorrisi che parlano più di mille parole, i loro occhioni tondi e luccicanti quando ricevono una carezza o qualcosa da mangiare.

Il sole è il legame che nasce e si rafforza tra i volontari di diverse nazioni.

Un luogo così grigio, eppure così pieno di luce, grazie al lavoro e alla dedizione dei tantissimi volontari e lavoratori.

Ho visto il sole a Tablada!

E adesso ho una casa in Perù ed ho una famiglia in Perù con tanti fratelli e sorelle e un centinaio di nipotini e nipotine. Per le strade che portano all’aereoporto vedo murales con scritto “Soy Peruano” ed in effetti mi sento un po’ così, parte di questa terra meravigliosa e parte di questa gente. Esteban, brindando, ha detto: “È bello aver un cuore spezzato perché puoi decidere dove lasciarne per sempre un pezzo”. Ecco è sicuramente qui che voglio lasciare un pezzo del mio!

In queste strade fangose e trafficate, tra questa nebbia, in questi chiassosi mercati, tra le vie buie e sporche popolate da randagi, in un campo da calcio con le porte arrugginite, in un abbraccio forte e vero che dura minuti, in queste quattro mura dove splende il sole.

Silvia Belardinelli, volontaria IBO Campo di Lavoro e Solidarietà a Tablada de Lurin

Racconto I° classificato Concorso Letterario 2018 “Racconti di una esperienza”



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