Il mio Servizio Civile nella ridente città di Iringa

Cari tutti e care tutte, 

vi starete chiedendo com’è la vita di una persona che ha deciso di fare il servizio civile. Beh, non posso rispondere per tutti, ma posso fare un breve resoconto delle mie esperienze, sensazioni e emozioni che ho provato nel mio primo mese in Tanzania nella ridente città di Iringa

Che dire, mi sono interrogato spesso su ciò che sto provando in questi giorni di totale cambiamento: linguistico, paesaggistico e soprattutto culturale. Il freno più grande che probabilmente limita le mie interazioni sociali è proprio la culturale che ancora non mi permea del tutto. 

Le persone qui parlano tutti al plurale, nessuno è responsabile solo per se stesso, bensì riecheggia un musicale “noi” collettivo, come se le azioni dell’uno si riflettano anche nell’altro. Non esiste una vera e propria solitudine, tutti sono mama, babu, kaka, e dada (mamma, papà, fratello e sorella) membri della stessa famiglia, una grande indissolubile famiglia disciplinata da antiche regole e sovrastrutture a noi occidentali poco comprensibili. Per un italiano, come me, ritrovarsi in un contesto così carico di socialità può essere frastornante a volte, ma sono sicuro che questo modo di essere potrà solo portarmi beneficio mettendomi in contatto con la diversità. Nella mia personale accezione, il termine diverso assume una connotazione esclusivamente positiva in quanto offre la possibilità di comprendere ciò che definisce il tipico sé egoistico e l’individuale barriera che circonda una qualsivoglia persona, costruita mattone dopo mattone dall’educazione e dall’ambiente che ci ha circondato. 

Ricordo come se fosse ieri i moniti di mia madre che mi incitava a non camminare scalzo in casa, ed era quasi proibito, come un dogma sceso dalla sacralità del cielo andare a piedi nudi in strada o in giardino. Qui invece questa semplicissima norma sembra avere una forza meno invasiva nella quotidianità degli autoctoni. La bellezza della cultura. E chi glielo racconta a mia madre che scalzi ci si può andare anche a fare la spesa, le verrà un colpo!! Questo banalissimo e forse sciocco esempio, che a me ha colpito particolarmente, è per spiegare che non esiste un unico modo per fare le cose, bensì esistono una molteplicità di combinazioni possibili per raggiungere un medesimo obbiettivo, a volte si ha solo paura. È stata proprio questa emozione al centro della mia riflessione prima e dopo il mio arrivo. Ero intimorito dal cambiamento, dal lasciare qualcuno o qualcosa della mia vita italiana. 

Avete completamente ragione, cambiare fa paura! Un incoraggiamento però mi è arrivato da un testo molto conosciuto nel panorama letterario mondiale, La Divina Commedia, in particolare il canto XXVI dell’inferno. In questo canto viene scritto di due grandi esploratori del mondo greco (sono sicuro che conosciate la storia meglio di me) in particolare uno dei due, Ulisse, si racconta in prima persona dicendo: 

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna 
picciola da la qual non fui diserto.
[…]
io e ‘ compagni eravam vecchi e tardi
Quando venimmo a quella foce stretta
Dov’Ercule segò li suoi riguardi” 

Spero che di queste parole possiate beneficiarne tutti e tutte, con la speranza che la paura di andare non sia più grande di quella di restare.
Scopriamo! Troviamo nuovi modi di arricchire i nostri sogni!

Sono sicuro che quello che il futuro ha preparato per noi è più sorprendente di quello che pensiamo.  

Vi saluto e vi ringrazio per aver letto queste parole,
Fabio Guerriero.

Fabio Guerriero, volontario in Servizio Civile a Iringa, Tanzania