La dialettica dell’incontro al ritmo delle stagioni di Kavital

Il rintocco delle campane delle sei fa vibrare l’aria, scuotendomi dal sonno, facendomi aprire gli occhi verso la zanzariera che mi sovrasta per proteggermi dalle zanzare del caldo mese ormai concluso di Febbraio.
Assieme al suono squillante proveniente dalla chiesa, a pochi metri dal convento delle Sisters of Charity, è l’allegro chiacchierio delle bambine che ogni mattina mi sveglia all’alba. Loro, intente a farsi il bagno, lavare i vestiti, pulire i pavimenti dell’ostello adiacente al convento in cui vivono. Io, pigra, reclamo ancora una mezz’oretta di sonno, mentre le bambine strofinano con lo straccio il pavimento del corridoio, andando a colpire ogni tanto la porta della mia stanza al secondo piano.

Le mie giornate hanno iniziato ad avere un senso tutto loro da quando sono arrivata a Kavital, nel cuore dell’India del Sud, dove svolgo il Servizio Civile presso la missione delle Sisters of Charity.

Il mio servizio ha luogo presso la Navachetana School, una scuola primaria dove trascorro le mattine ad insegnare inglese e altre attività manuali, canzoni e giochi. Il pomeriggio passa lentamente, tra risate e silenzi, tra compiti svolti sul tappeto ghiaioso del cortile dell’ostello, a provare a instaurare una relazione di fiducia tra me e queste creature stupende dagli occhi scuri come il carbone e la pelle ambrata: le bambine dell’ostello. Sono circa un centinaio, non è facile conoscersi. Anche se è da più di un mese che sono a Kavital, non è facile trovare un linguaggio universale, che vada oltre l’inglese o il kannada, l’abc o i numeri. E’ il linguaggio dell’affetto, delicato, da esplorare con cura e attenzione.

Il Servizio Civile ti pone davanti a situazioni inaspettate, di fronte alle quali tutte le tue certezze crollano. Il tuo immergerti in un nuovo mondo è come una seconda nascita, ma stavolta più difficile. Questa volta sei consapevole di ciò che sei e di ciò che sei stato. A volte questo può essere un ostacolo, altre volte può farti capire l’importanza di mettersi in discussione.

Febbraio si ritira lentamente e l’estate si impone violentemente in diverse zone del Karnataka. Marzo irrompe caldo, secco, e il vento porta con sé polvere bollente. Il tamarindo matura, assieme agli alberi di mango, i cui frutti crescono lentamente appesantendo i rami che si protendono verso il basso. Accanto, il jackfruit offre doni succulenti mentre qualche piccolo tenero arbusto di papaya mostra orgoglioso i suoi piccoli frutti.

Non è facile capire, interagire, conoscere. Forse è la parte più difficile del gioco. Una volta che sai le regole, diventa tutto più facile. Ma prima bisogna capirle, e ciò è ancora più complicato quando si tratta di regole culturalmente sconosciute. Se però si trascorre troppo tempo a cercare di capirle a volte si rischia di non mettersi mai in gioco. E allora l’unica cosa da fare è lasciare tutti i dubbi e buttarsi. Affidarsi al corso della vita, degli eventi, di ciò che ci viene offerto. E tutto questo senza lasciarsi trascinare dalla corrente, ma cavalcandola, dando una direzione a questo flusso di eventi, situazioni e persone incomprensibili e diversi, e portare il nostro contributo.

Marzo continua, imperterrito, al ritmo della stagione spietata. La scuola è ormai terminata, a fine mese inizieranno i primi esami che concludono l’anno scolastico degli studenti e delle studentesse di Kavital. E’ pomeriggio, dopo pranzo gironzolo tra i corridoi del refettorio dove le ragazze hanno consumato il pasto, e si preparano per ritornare a scuola.

S. mangia in silenzio.

E’ all’ultimo anno di scuola, ha sedici anni, e ad aprile avrà l’esame di stato dopo il quale potrà accedere al college. Quel pomeriggio sono di cattivo umore. Mi punta gli occhi cerchiati da profonde occhiaie nere addosso e mi chiede se qualcosa non va. E’ difficile spiegare i mille problemi da primo mondo, circoscritti dalla noia o dalla frustrazione della voglia di fare di più, indietro mille anni luce dalle esigenze di queste ragazze di ogni giorno. Uso la scusa di un presunto litigio con i genitori al telefono. Se ne va. Poco dopo le suore mi dicono che è orfana dalla nascita. E’ cresciuta con le Suore di Madre Teresa, affrontando da sola ogni momento, ogni pensiero, ogni difficoltà del suo crescere e diventare donna.
Con il Servizio Civile impari il dono della delicatezza e della sensibilità. Impari a sentirti fortunato, apprendi la saggezza di scegliere le parole con cura.

Marzo è ormai finito. E’ sera, e, seduta sui gradini del convento, chiacchiero con A., la cuoca delle suore, una persona estremamente matura e rispettosa, la mia mamma indiana. Ha anni di violenza domestica alla spalle, ai quali risponde con qualche avvertimento futuro sugli uomini troppo silenziosi e con tanta determinazione, della quale solo le donne possono essere fiere portavoce.
Ho imparato tanto da lei. Io, tra qualche mese, sarò di nuovo in Italia, tra le mie fievoli certezze e un avvenire di sogni incastrati tra le pagine di qualche taccuino. Lei sarà li, a combattere con un futuro più grande di lei, tre figli da crescere, con tutti i pregiudizi che una società come quella rurale indiana può avere sulle donne separate.

In tutti questi mesi di Servizio Civile, ho perso molte certezze, ma ho anche imparato che questo fa parte della vita, della nostra fragilità di esseri umani. E forse, la cosa più grande, ho provato sulla mia pelle che è nei momenti di crisi che ci si scopre tanto, tanto forti.

E’ notte, anche le scimmie stanno dormendo, tra le fronde delle palme. Sul convento è sceso il silenzio. Sono le dieci, le persone qua dormono presto, non ci si può attardare nelle chiacchiere. Mi ritiro nella mia stanza, e chiudendo gli occhi penso a quel vociferare allegro che mi ha accompagnato durante la giornata, scombussolato un po’ l’esistenza, e che mi sveglierà la mattina seguente assieme ai rintocchi di campane ormai consueti.

Elisabetta Campagni, Volontaria IBO Servizio Civile Nazionale, India
Concorso Letterario 2017 “Racconti di una esperienza”



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