
11 Dic La Vita al Puericultorio di Ayacucho
Quando abbiamo scorto i tetti di Lima tra la nebbia poco prima dell’atterraggio, ormai più di un mese fa, abbiamo preso consapevolezza del fatto che tutto ciò che fino a quel momento avevamo solo immaginato si stava trasformando in concreta realtà.
Quando ci si pensa si fa quasi fatica a credere di trovarsi improvvisamente così lontani da casa, per un periodo così lungo e intenso, ma tra gli attimi di dubbio e quelli di coraggio, proprio quando i nostri piedi hanno toccato terra dopo il lungo viaggio. E’ stato come se tutto ciò che abbiamo vissuto, i momenti felici, i passi importanti, i giorni vuoti e i dolori vissuti, ci avessero portate proprio lì, in quell’angolo di mondo, come se tutto, oltre quel velo di incertezze, si fosse finalmente allineato.
I giorni a Lima prima di arrivare ad Ayacucho, la nostra vera e ultima meta, sono stati giorni in cui abbiamo iniziato ad abituarci a un fuso orario rovesciato, a paesaggi nuovi, a una lingua e a una cultura diverse che ci hanno fatto percepire fin da subito quanto il mondo sia più grande di quelle abitudini e quei ritmi che fino a poco tempo prima ci sembravano insostituibili.
Lima è stata la nostra soglia, una soglia di tempo sospeso in cui stavamo per entrare nella vita che sarebbe stata nostra per i mesi successivi, ma che potevamo ancora solamente vedere da lontano, immerse in quel clima grigio e freddo ma al contempo caloroso della capitale, che ci ha lasciate stupefatte e disperse.
Quando poi qualche giorno dopo ci siamo immerse nel sole andino di Ayacucho, salendo improvvisamente a 2700 metri, anche il nostro sguardo si è fatto più chiaro.


E vedere Madre Miriam, la nostra OLP, il personale e soprattutto le bambine e i bambini per la prima volta, dopo che per mesi, con un po’ di timore, avevamo solo cercato di concepirli nella nostra mente, ci ha fatte sentire finalmente nel posto giusto, un posto che seppur sperduto tra le montagne, in pochi giorni si è trasformato in un luogo fatto di cose grandi, in cui ogni giorno ci si impegna per costruire un clima di serenità, seppure le radici del puericultorio siano ben piantate nelle ferite della Storia e di tutte le persone che hanno varcato per più o meno tempo i suoi alti cancelli.
Il puericultorio di Ayacucho è una istituzione conosciuta nella zona come “pueri”, fondata nel 1985 dall’insegnante Juan Andrés Vivanco Amorín, guidato dal desiderio di accogliere tutte le bambine e i bambini (in alcuni periodi fino a trecento) rimasti orfani a causa del terrorismo perpetrato dal Sendero Luminoso tra gli anni ’80 e ’90.
Nel corso degli anni la violenza nella zona è stata debellata, quindi la situazione dei bambini che attualmente vivono qui è molto diversa da quella di coloro che ci hanno vissuto alcuni anni fa. Oggi i bambini che vivono all’interno del puericultorio, di età compresa tra gli 0 e i 14 anni, provengono da diverse regioni del Paese e si trovano qui perché le loro famiglie non hanno la possibilità di provvedere a loro, per situazioni di precarietà economica, narcotraffico, o maltrattamenti.

Il pueri, inoltre, ha al suo interno anche una scuola elementare, realtà essenziale che permette a molti di accedere all’istruzione pubblica, favorendo l’integrazione dei bambini residenti nel pueri con il contesto circostante.
Oltre alla scuola, un altro pezzo importante è rappresentato dal CETPRO, un centro professionale in cui, anche chi non ha le possibilità economiche di frequentare le università, può ricevere un’educazione adeguata che avvia al mondo del lavoro, grazie a cui apprendere, tra le varie cose, tecniche di lavorazione del legno o dei tessuti, entrambe tradizioni longeve nel territorio di Ayacucho.
All’interno di tutti questi spazi si trova un personale disponibile, disposto a condividere momenti dentro e fuori dal puericultorio, in cui anche noi abbiamo avuto l’opportunità di inserirci come figure di appoggio per i compiti, per la gestione della routine, per giochi, passeggiate, visite e momenti condivisi con la comunità di Ayacucho.


Il pueri è gestito dalle Figlie di Sant’Anna, congregazione religiosa fondata nel 1866 da Madre Rosa Gattorno. Madre Miriam, la attuale direttrice, si prende cura di questo posto con tutte le proprie energie, lasciando sempre le porte aperte a nuovi membri di quella che per molti diventa l’esempio di una grande famiglia, in cui anche quelli che se ne sono allontanati ormai da anni continuano a tornare, guidati da un senso di gratitudine per una realtà che ha permesso loro di salvarsi da un futuro segnato dalla violenza, e che invece, grazie al pueri, ha potuto essere qualcosa che andasse oltre il dolore.
Il puericultorio è una grande macchina che ha bisogno di regole per funzionare e a cui di certo, in qualità di volontarie, non è stato e non è facile abituarsi, in cui bisogna entrare in punta di piedi, con mente e cuore aperti, con la consapevolezza che l’obiettivo comune è quello di muoversi verso un futuro che possa essere più dignitoso di un passato da cui si è stati costretti ad allontanarsi.
Decidere di fare servizio civile nel puericultorio di Ayacucho significa vivere il progetto in maniera totalizzante, immergendovisi con tutti i sensi. Significa assorbire con gli occhi il colore azzurro delle pareti sbiadite dal tempo, quelle dei luoghi in cui la vita è intensa; le tonalità di una luce sempre nuova che pare antica, che ti fa pensare a quanto anche nei momenti di più grande dolore il sole comunque calerà tra le montagne, per poi risorgere qualche ora dopo con tutte le sue possibilità; significa odore di spezie fuori dalla cucina, o di qualche fuoco che arde più in là, oltre quelle mura alte, erette in tempi duri; significa sapore di cibo condiviso, gustato insieme, che unisce nei piccoli momenti.
Significa addormentarsi al suono di una musica lontana, svegliarsi con il pianto o la risata di un bambino; significa ascoltare parole di una lingua sconosciuta, un segreto sussurrato all’orecchio o un urlo a squarciagola mentre si corre insieme; significa ascoltare discorsi di conforto nei giorni più duri, o una parola gentile da chi meno ti aspetti. Significa stringere mani, asciugare lacrime e ricevere abbracci così forti da non potersene staccare più, che durano anche dopo che sono finiti, che dureranno forse anche quando, pensiero già inevitabile, le nostre strade si separeranno.

In poco tempo ci siamo accorte di quanto le nostre vite fossero piene di cose di cui ora, tra queste montagne, ci siamo ritrovate a fare a meno, perché questa stessa vita è riempita di cose semplici, di abbracci e di sorrisi. Si entra in un mondo in cui quelli che erano problemi non lo sono più e dove il tempo è relativo; un mondo dove tutto è selvaggio e puro e a sorprendere è proprio questo: che quel sacro che abbiamo in parte perduto rinasce proprio qui, nei luoghi più feriti.
Marta e Rebecca, volontarie in Servizio Civile a Ayacucho – Perù