L’India cambia con la pioggia

Non c’era paura e timore di quell’acqua, se non la gioia di sentirla sulla pelle, sentire quegli aghi pungere. I bambini correvano per la strada, si respirava l’euforia della festa. Non si cercava di ripararsi, ma anzi si correva in strada, si saltava dentro alle profonde pozzanghere che in pochi minuti si erano creare sull’asfalto scalcinato.

Poi eccomi: un pomeriggio uscita dal lavoro, salita sul risciò, che iniziano a cadere sulla cappotta di stoffa delle gocce grosse come noci. Picchiavano così forte che sembravano chicchi di grandine. Andavano ad un ritmo velocissimo, martellavano il risciò come inseguendolo mentre scappava a tutta velocità tra le stradine piccole e affollate di Hill road.

La prima pioggia ha regalato sorrisi e gioia. I venditori ambulanti, con le loro bancarelle o a con un pezzo di stoffa steso sul marciapiede ricoperto di stracci da vendere, erano felici. Non importava che tutto si bagnasse, o meglio importava. Eccome! Tutto doveva bagnarsi! Era come un rito, nel quale tutti con il naso al cielo prendevano l’acqua che finalmente era arrivata come una benedizione.

Non c’era paura e timore di quell’acqua, se non la gioia di sentirla sulla pelle, sentire quegli aghi pungere. I bambini correvano per la strada, si respirava l’euforia della festa. Non si cercava di ripararsi, ma anzi si correva in strada, si saltava dentro alle profonde pozzanghere che in pochi minuti si erano creare sull’asfalto scalcinato.

I mussulmani con i loro lunghi vestiti bianchi e la barba grigia ridevano di gusto, mentre con i palmi verso cielo cercavano di prendere la pioggia sacra. Le donne non le si nota spesso in strada, vanno veloci a viso basso e coperte dal loro velo colorato. Anche loro, quel giorno, si scambiavano sorrisi complici, scherzavano e si godevano quel momento a capo scoperto, bagnandosi la lunga treccia nera. Il monsone  è ufficialmente arrivato e dopo i primi giorni di gioia ha iniziato ad essere più minaccioso. Il cielo è diventato più grigio e le giornate sembrano sempre più corte e faticose.

La paura della pioggia sembra a tratti non esistere, l’acqua serve eccome. I piccoli pezzi di terreno, a fianco alla ferrovia, hanno bisogno di questa pioggia. Le donne, che ogni mattina vedo accovacciate a raccogliere verdura, temevano per i loro raccolti. Quel pezzetto di terra di pochi metri, al fianco delle rotaie, iniziava a diventare troppo arido. L’acqua qui pulisce, è un’ondata di aria “pulita”.
La polvere grigia di questa città sembra, a tratti, spazzata via o addormentata sotto questo continuo picchiettare. Poi camminando nello slum per andare a lavoro, ci si accorge ben presto che la pioggia porta con sé tanta sporcizia.

Gli slum sono piccoli quartieri a pochi chilometri dalla città principale. Le case sono minuscole stanzette in cui vivono famiglie interere, sei o sette persone. Lì tutti insieme, mangiano, dormono, parlano. Vivono, o meglio… Sopravvivono.

Per arrivare al lavoro devo camminare tra viuzze minuscole, nelle quali nemmeno all’ombrello è concesso passare. Nel periodo più afoso queste vie sono un ottimo rifugio dal sole, un momento di ombra dalla calura della città. Ora diventano piccoli fiumiciattoli, la pioggia trascina di tutto con séI miei piedi affondano ogni giorno tra la melma e le pozzanghere d’acqua marrone. L’odore diviene ancora più pungente, un misto tra sporcizia e marciume. Perché l’acqua porta con sé anche umidità, quella che fa marcire tutto. I muri si ricorprono di muffa e le scarpe lasciate in un sacchetto diventano terreno fertile per la creazione di un nuovo mondo, dai verdi e morbidi muschi.

Quando cammino tra queste vie con i miei pantaloni che si impregnano d’acqua almeno fino al ginocchio, mi basta sollevare lo sguardo e vedere i mille fili della luce intersecati tra loro che penzolano e dondolano a ritmo della pioggia. Sembrano ragnatele giganti, che ferme lì da anni resistono anche loro passive a questo monsone.

Tutti gli animali randagi, che prima gironzolavano liberi, cercano ogni possibile riparo. I cani diventano come piccole palline di pelo nascoste sotto le macchine o al riparo grazie a qualche tettoia. Le uniche che continuano a gracchiare imperterrite sono le cornacchie dal becco appuntito, che sorvolano ininterrottamente la città. Ad ogni angolo, le si vede ferme sui cumuli di pattumiera che cercano pezzi di cibo, verdura marcia o sacchetti di plastica da rompere.

Questa pioggia così attesa si trasforma in disagio per chi una casa per ripararsi non c’e l’ha. I ponti delle affollate tangenziali, si trasformano in campi, in piccolissimi villaggi.
Le borse di plastica cucite tra di loro diventano tende e i vecchi sari delle donne, stracci per trattenere l’acqua che entra in ogni dove.Il ponte è il rifugio migliore. Intere famiglie, con una ciurma di bambini al seguito posteggerà per ore, settimane e addirittura mesi tra la melma sotto quell’ammasso di cemento.

Ogni mattina quando il risciò si ferma al semaforo, incrocio gli sguardi delle donne che, accovacciate, preparano su blocchi di pietra incandescenti il thé. Di chi cammina con il bambino ancora addormentato tra le braccia e chi con i piedi immersi fino alle caviglie nel fango rincorre il più piccolino nudo che scappa tra le tende. I venditori di palloncini si sono appostati sotto il ponte che collega Bandra west a Dharavi.

È un piccolo campo, una decina di tende, circondate da palloncini colorati di ogni forma e dimensione. Gli uomini che li vendono sono sempre in giro con la loro bicicletta, alla quale legano queste leggere bolle d’aria colorate. Ora con la pioggia anche la vecchia e arrugginita bici non diventa altro che un appendiabiti.

L’India cambia con la pioggia. I colori diventano a tratti più luminosi, perché questa pioggia a volte pulisce, sembra a tratti svegliare dalla polvere da cui tutto era assopito. La verdura nei grandi cesti di vimini sulla strada sembra finalmente esplodere di colore, i peperoni diventano rossi, gialli e le mele di un rosso fiammante. Il grande albero che vedo dalla mia finestra appoggia le sue grandi e bagnate foglie verdi sul vetro. Le palme del giardino di fronte luccicano appena la pioggia da tregua e con il vento sembrano danzare con il loro migliore vestito.

È passato un mese ormai  e questa nuova compagna di giornate non ci dà tregua. Cerchiamo di conviverci. Quando qualche piccoletto ti prende per mano e ti porta a correre sotto il temporale guardandoti negli occhi con il suo migliore sorriso, capisci chela pioggia può essere anche bella.

Laura Panizza, volontaria IBO in Servizio Civile a Mumbai



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