Non essere cattiva

Stamattina la señora Ana è stata più sadica del solito.

È sabato e io avrei voluto riposare di più, ché ieri ho pianto fino a compromettere il funzionamento del mio apparato lacrimale. Ero avvolta nella frasada di lana sintetica, abbracciata stretta a Peluchìn, coniglio di peluche, oggetto transizionale e concentrato d’amore di riserva che mi porto sempre dietro, ed è arrivata lei, la señora Ana, gridando che sono una dormilona e che se non mi fossi alzata mi avrebbe bagnato con il solito secchio di acqua gelida, una minaccia universale che ricevo per qualunque mancanza.

Ho dato uno sguardo all’orologio sulla parete adiacente al letto, anche se non ho ancora capito come funziona. La señora Ana dice che è fermo, batterie scariche, così da undici mesi a questa parte sono sempre le 11:40. Forse è per questo che a sette anni ho già così tanti capelli bianchi, l’orologio non riesce più a star dietro al tempo che passa.

Mi sono alzata covando una rabbia che ogni giorno mi rende più amara, ma Peluchìn ed io dovevamo rimanere a letto, il riposo è un nostro diritto! Me l’ha detto la señorita Roberta, una volontaria gordita che è arrivata qui al puericultorio Java undici mesi fa a fare una cosa che si chiama Servizio Civile.

Viene dall’Italia, un paese che non conoscevo e che mi ha mostrato sul planisfero; neppure lei sapeva dove si trovasse precisamente Ayacucho. Il nostro primo incontro è stato un litigio perfetto ma alla fine abbiamo fatto pace e mi ha spinto sul columpio. Ciò che dice mi sembra sempre molto poetico ma è sempre molto in contraddizione con ciò che dicono la señora Ana e Zulema (le ausiliarie che lavorano occupandosi di noi nel puericultorio) e la maestra del collegio.

In realtà, non capisco a che cosa serva svegliarmi così presto se poi lì non mi è concesso fare nulla. La psicologa, la señora Carmen, dice che dovrei andare in una scuola speciale, sono una bimba ADHD e la mia presenza in aula rallenta la didattica: concetti inaccessibili che non capisco. Ciò che capisco è che le mie mattine le passo in balìa della noncuranza, non mi vede nessuno, non mi parla nessuno, a volte non mi trovano e la secchiata d’acqua gelida incombe. Questo alimenta la mia rabbia e forse mi fa diventare i capelli bianchi, ma per la señora Carmen è colpa del valprax, un medicinale che prendo perché sono epilettica. Io sono tante cose ma di queste non ne capisco nemmeno una perché nessuno me le spiega.

Forse ho mentito e non dovrei, la señorita Roberta lo dice spesso con dolcezza: «Luz, no seas mentirosa!», quindi rettifico – qualcuno che mi spiega le cose c’è: la señorita Roberta e la sua amica, la señorita Maura; e poi la señora Carmen, che mi vuole bene e mi permette di nascondere Peluchìn concedendogli asilo nel suo studio quando Rosaly, per dispetto, vuole sottrarmelo minacciando di tagliargli il collo se non le do i bacetti sulle labbra. Ho paura di lei, ha undici anni e fa delle cose strane. La señora Carmen mi ha intimato di riferirglielo, non dovrei temere né per me né per Peluchìn, ma io qua non credo a nessuno e ogni giorno piango disperatamente nella speranza che la mamma e il papà vengano a riprendermi e che la mia voce possa scavalcare il cancello del puericultorio diffondendosi in tutta Avenida Arenales. Vorrei gridare più forte, ma non posso. Appena inizio a piangere fa capolino la secchiata d’acqua, «Mejor càllate!», come diceva Rosaly. Io le rispondevo disperata: «No seas mala!», ma a lei le parole non facevano lo stesso effetto che fanno a me.

Quindi stamattina mi sono alzata, anche se il sabato non c’è scuola. Devo aiutare negli oficios, dovere di noi niños albergati, altrimenti cresciamo malcriados. Devo lavarmi le mutandine, rifare il letto (lascio Peluchìn sul cuscino, gli rimbocco la coperta non ignifuga e lui continua a riposare, ignaro di tutto), andare in cucina a prendere la colazione per tutte le mie piccole coinquiline. Soprattutto, devo lavarmi e qui in casetta non c’è acqua calda. Allora poi penso che forse sono l’unica bambina in tutto il Perù a sentire la soggezione derivante da una minaccia che è un dato di fatto. Lo vorrei dire alla señora Ana: «Vamos, no seas mala!».

Sono uscita nel patio della mia casetta. Alzando gli occhi ho visto la señorita Roberta che stendeva i panni e le ho chiesto se potessi salire da lei per disegnare assieme –di soppiatto, i niños non possono entrare nella casita delle volontarie–. Mi ha lanciato uno sguardo complice e io ero eccitatissima, ho percorso trafelata le scale e mentre mi avvicinavo alla porta mi sono ricordata della regola che mi aveva insegnato, bussare prima di entrare; ma mi aspettava con la porta già aperta e i pastelli ordinati sul tavolo. Ci siamo abbracciate, abbiamo trangugiato una ventina di pacay, dopodiché ha ottemperato al mio compito quando le ho detto: «Señorita Roberta, no seas mala, escribe en mi cuaderno que mi mamà me ama!». E lei lo ha fatto, senza arrabbiarsi, senza andare a rinforzare lo scenario dei miei timori con altre secchiate d’acqua gelida. Forse era un po’ imbarazzata, ho visto la sua mano tremare. Comunque lo ha scritto davvero, malgrado io non sappia leggere, malgrado io sappia che questo non avrà esiti diversi dalle mie grida disperate.

Ecco cosa è venuta a fare la señorita Roberta al puericultorio JAVA: a prestarmi le parole per dire quel che io non riesco a dire.

Roberta Cetro, volontaria IBO in Servizio Civile, Perù
2° classificato Concorso Letterario 2017 “Racconti di una esperienza”



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