Perdersi per ritrovarsi in Grecia

Una sera di febbraio, durante la mia prima settimana a Xylokastro – piccolo paesino di mare del Peloponneso – mi sono persa tornando a casa dopo la mia prima lezione di yoga. Tutto il rilassamento guadagnato in quell’ora di contorsioni improbabili ha presto lasciato spazio al panico totale.

Mi trovavo in un posto sconosciuto, avevo il telefono scarico e non parlavo una parola di greco. Attorno a me c’erano solo case e nessun esercizio pubblico aperto. Improvvisamente vedo una luce provenire da un minuscolo minimarket ancora aperto, entro dentro felice e sollevata, ma ad accogliermi trovo una vecchina che, ovviamente, non parla inglese. Mi ingegno e a gesti chiedo carta e penna per scrivere l’indirizzo di casa e dal suo sguardo sbigottito capisco di essere parecchio lontana. Senza dire nulla mi prende sottobraccio e mi porta in quella che, da fuori, sembra solo una stanza buia ma in realtà è un bar dove una quindicina di Greci di mezza età sta guardando una partita di calcio, nel buio più totale.

Lei entra, accende la luce, e nello stupore generale dice qualcosa che presumo significhi “questa ragazza si è persa e non parla una parola di greco”.

Vedo alzarsi un uomo sulla sessantina, l’unico capace di parlare inglese, che viene da me e mi spiega che sì, come avevo intuito, ero abbastanza lontana, e che quindi mi avrebbe accompagnata lui in auto. Durante il tragitto chiacchieriamo, si chiama Giorgos e fa il pescatore. Ha vissuto in Italia per qualche anno e per questo parla anche un po’ di italiano. Ha una figlia della mia età e perciò mi becco anche una bella strigliata d’orecchi in cui mi dice che devo stare più attenta perché è rischioso girare di notte, da sola, in un posto sconosciuto, con il telefono scarico. Non ribatto, mio padre avrebbe fatto lo stesso. Lo ringrazio un centinaio di volte promettendogli una torta per il giorno dopo, ma lui mi ferma e mi dice che ora sono in Grecia e qui funziona così: l’ospitalità è sacra e io ho avuto la prima lezione di filoxenia. Mi accompagna a casa, ci salutiamo e riparte.

Ho provato più volte a ritrovarlo ma pare che Giorgos sia il nome più comune tra i pescatori del Peloponneso e i contorni del suo volto si sono fatti sempre più sfocati nella mia mente.

Ora che sono quasi alla fine del mio SVE ripenso spesso a questo episodio e credo che riassuma adeguatamente la mia esperienza di questi otto mesi. Quando sono partita ero in un momento della mia vita in cui mi sentivo completamente persa. Mi ero laureata ma non riuscivo a trovare lavoro, non ricevevo risposte e quando le ricevevo erano comunque negative. Questo mi ha portato a dubitare di me stessa, di tutte le mie scelte formative passate e a convincermi del fatto che non ci sarebbe stato un futuro per me.

Nel mezzo di questo delirio depressivo ho però ricevuto una email da IBO che diceva che l’application che avevo fatto per uno SVE nell’ufficio di una associazione greca di mobilità giovanile aveva avuto un buon esito e che quindi sarei stata contatta direttamente da loro per un colloquio via Skype. Non ci potevo credere, avevo fatto domanda per questo SVE un giorno dopo la scadenza del bando e senza alcuna speranza di poter essere ricontattata. Lo stesso giorno ho sostenuto il colloquio con Eliana, che sarebbe stata la mia coordinator nell’ufficio dell’Orfeas Organisation e una settimana dopo sono partita, piena di dubbi e paure, alla volta di quella che ora, per me, è semplicemente casa.

Non nego che le mie prime impressioni non siano state esattamente idilliache. Da classicista avevo una visione distorta della Grecia, in più una volta arrivata a destinazione mi sono resa conto che Xylokastro era una cittadina molto più piccola di quanto mi aspettassi e l’associazione pure. La parte di me abituata ad essere sempre organizzata faceva fatica ad accettare la mentalità greca del sigà sigà (piano piano) e mi ritrovavo ad essere molto critica nei confronti di tutto ciò che secondo me non andava. Continuavo a pensare di aver fatto una scelta avventata, di non aver ben considerato le opportunità che questo posto avrebbe potuto offrirmi, di aver scelto di sprecare il mio tempo per sei mesi perché, diciamocelo, Xylokastro non è né Atene né Salonicco.

Poi è iniziato il lavoro vero e proprio, ho cominciato a conoscere ragazzi di tutte le età e di tutti i paesi europei arrivati a Xylokastro per progetti diversi sia a breve che a lungo termine. Mi sono trovata a lavorare con loro e per loro, perché uno dei miei compiti nell’ufficio consiste nell’aiutare gli altri volontari. Scherzosamente mi piace infatti definire la mia esperienza un “meta-SVE” perché il mio progetto consiste nell’aiutare a gestire altri progetti di SVE come in un gioco di specchi. Con Orfeas abbiamo anche organizzato eventi e workshop per la comunità locale e come compito personale ho scelto di rivitalizzare le pagine social dell’associazione, convinta della necessità di promuovere di più il nostro operato.

Improvvisamente ho poi capito che avevo sbagliato tutto nelle mie valutazioni iniziali. Mi ero concentrata su quello che avrei potuto prendere da questa esperienza e nel farlo ero rimasta ancorata a logiche vecchie e utilitaristiche che mi portavano a ragionare in termini di “utilità” della mia esperienza. La realtà è che mi sono resa conto che, invece, mi dovevo focalizzare su cosa avrei potuto dare.

Organizzare eventi, promuovere iniziative europee, entrare in contatto con i giovani e informarli delle mille opportunità di cui possono usufruire per costruire il loro futuro è un compito facile in una grande città. È ben diverso fare questo genere di sensibilizzazione nelle aree periferiche e rurali, che sono poi quelle che invece ne hanno più bisogno.

Dare l’opportunità a dei ragazzi di un paesino di mare di partecipare ad uno Youth Exchange all’estero o di entrare in contatto con giovani internazionali, significa investire sul futuro. Nel momento in cui dieci ragazzi, di dieci nazionalità diverse si trovano tutti assieme su una spiaggia a bere una birra al tramonto chiacchierando del più e del meno, condividendo dubbi, paure e gioie come se si conoscessero da sempre, avviene quello che per me è il miracolo europeo. Diamo spesso per scontata la bolla storica di pace in cui viviamo, ma anche solo trent’anni fa la situazione non era così. E credo fermamente nel potere del programma Erasmusplus di cambiare le cose perché ti permette di guardare al mondo come ad un posto pieno di essere umani e non di stranieri.

Nella dialettica del dare e ricevere, quando finalmente sei pronto a dare, sei pronto anche a ricevere. E io ho ricevuto tanto.

Ho imparato che sentirsi disorientati e persi è una cosa comune, che non importa se sulla pizza ci metti il ketchup o la bufala il futuro fa paura a tutti nello stesso modo.

Ho smesso di farmi paralizzare dal pensiero di non essere abbastanza brava, intelligente o qualificata perché l’importante è mettersi in gioco e provare, avere il coraggio di uscire dagli schemi che ti rendono infelice e non avere paura di condividere, perché è tramite il confronto che si cresce e si va avanti.

Ho imparato che non importa che tutto sia perfetto perché saranno comunque moltissime le difficoltà quotidiane in grado di affliggere la qualità del tuo lavoro e che ti sfiniranno a fine giornata. Ma l’importante è non perdersi d’animo e andare avanti, perché poi poche cose ti riempiranno il cuore come un ragazzo di diciannove anni che guardandoti e salutandoti – probabilmente per sempre – ti ringrazia piangendo e dicendoti di aver vissuto la più bella esperienza della sua vita anche grazie a te.

Ho capito che nella vita tutti ci sentiremo persi prima o poi, anche più volte, l’importante è aprirsi ed essere pronti ad accogliere i cambiamenti e le mani tese verso di noi. Potrà essere un pescatore che ti riporta a casa in una notte di febbraio nel paesino più sperduto della Grecia o un’esperienza in grado di curarti l’anima, ma se hai fiducia e dai fiducia al mondo sarai sempre in grado di ritrovare te stesso e di riscoprirti diverso in mille modi che nemmeno potevi immaginare.

Questo per me è stato il significato più profondo della mia esperienza di volontariato europeo. Imparare ad aiutare me stessa aiutando gli altri e aprendomi al mondo invece di chiudermi nell’ansia di quella che pensavo dovesse essere la strada precostituita da percorrere.

Eleonora Nadin, volontaria in Servizio Volontario Europeo in Grecia

Racconto 2° classificato Concorso Letterario 2019 ”Racconti di un’esperienza”



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