Riflessioni di metà percorso

Le mie giornate iniziano e finiscono con un viaggio in treno e mi serve salire su quei vagoni affollati per riflettere su quello che mi aspetta al lavoro, sul senso del mio essere qui.

Forza, Chalo, chalo, CHALO!! L’urgenza di queste due sillabe urlate a mezza voce mi sospinge, mi solleva insieme alla folla di lottatrici che ogni giorno danno l’assalto ai local trains per arrivare al lavoro. Donne vestite di stoffe colorate e scarpe consumate, pronte a strappare con le unghie e con i denti lo spazio necessario a respirare, schiacciate le une contro le altre mentre il treno arranca lento verso la sua destinazione.

Ci sono giorni in cui penso di non farcela, in cui non ho la forza di lottare e lascio passare uno, due treni prima di riuscire a salire. Ci sono giorni in cui le urla di un gruppo di donne che litigano per il posto mi rattristano e giorni in cui osservo le madri bambine con i loro cesti di ninnoli esporre la loro merce e urlare, i figli saldamente legati addosso in un lembo del sari e mi viene da piangere.

La maggior parte dei giorni, invece, mi piace prendere il treno e osservare il cielo grigio sopra Bombay e la città che si protende sui binari e si appropria di qualsiasi lembo di terra che non sia già occupato. La sera mi piace sentire il canto del muezzin entrando alla stazione di Bandra e guardo dentro le baracche di lamiera e amianto, rosso e blu, e vedo uomini curvi su macchine da cucire, donne che cucinano, bambini seduti in bilico sui bordi delle aperture che sono finestre. Distolgo lo sguardo dalle persone accucciate lungo i binari a defecare e trattengo il respiro quando le esalazioni dei cumuli di immondizia sono così forti da farmi rivoltare lo stomaco.

Quando sono arrivata mi hanno detto “vedrai, ti abituerai, dopo un po’ non ti farà più effetto”. Eppure non riesco ad abituarmi alla vista del mendicante senza una gamba, che tutti i giorni protende la mano buttato sul marciapiede della stazione in uno stato di semi incoscienza, né a quella dell’anziano con il copricapo bianco che trattiene il suo bicchiere tra i monconi di braccia e ripete incessantemente “Ya Allah”. Non riesco ad abituarmi alla vista dei bambini che mi chiedono dieci rupie e sono sporchi e magri e insolenti e ogni tanto ridono e mi fanno ridere. Quando scendo dal treno cerco di concentrare l’udito per capire se il ragazzo cieco che suona il flauto è ancora lì, nel suo angolo, a suonare giorno dopo giorno. Mi rassicura ritrovarlo e penso a come deve essere la sua vita.

Le mie giornate iniziano e finiscono con un viaggio in treno e mi serve salire su quei vagoni affollati per riflettere su quello che mi aspetta al lavoro, sul senso del mio essere qui. Osservo le baracche, i cumuli di immondizia, le acque nere della fogna, i cartelloni pubblicitari che si stagliano contro il cielo, i bambini seminudi che giocano sui binari, i mendicanti, i mutilati, i disperati e provo una tristezza profonda e allo stesso tempo rinsaldo le mie convinzioni.

Ripercorro col pensiero tutte le visite ai centri di CORP, le tante conversazioni durante le innumerevoli pause chai, le risate e i giochi e l’essere chiamata “Giulia didi”. Mi vengono in mente le donne e le ragazze che ho conosciuto nei centri, che trovano uno spazio per sé grazie ai corsi di formazione, a quelle che riescono ad affrontare situazioni familiari che paiono senza uscita grazie al servizio di counselling, penso alle vedove anziane che ricevono cibo e supporto dopo essere state abbandonate dalle loro famiglie.

Penso a tutte le opportunità che i bambini degli shelter hanno grazie alla nuova famiglia che hanno trovato e all’amore che ricevono ogni giorno e so che adesso hanno un futuro ad attenderli. La sola consapevolezza che tutte queste vite hanno cambiato traiettoria in meglio grazie a CORP mi rende felice e orgogliosa di essere qui a dare il mio piccolo contributo.

Giullia Princivalle, volontaria IBO in Servizio Civile a Mumbai (India)



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