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Ritorno in Tanzania: da volontaria a formatrice

Pochi mesi fa ho terminato i miei studi di specializzazione, un percorso lungo e ricco di momenti intensi. In quello stesso momento un’inaspettata e bellissima sorpresa. Vengo contattata per partecipare a un progetto sull’inclusione sociale dei bambini con disabilità nel distretto dove, anni prima, ebbi la possibilità di vivere e lavorare tramite il servizio civile all’estero. Curioso, quando partii per la Tanzania la prima volta mi ero appena laureata e avevo appena iniziato la specializzazione ed ora un’altra esperienza li, quasi a sancire l’inizio e il termine di questo periodo.

Ricordi di Servizio Civile

Durante il servizio civile partii con IBO Italia e fui inserita in un progetto socio educativo guidato da Nyumba Ali onlus in Tanzania, precisamente nel distretto di Iringa. All’epoca non conoscevo molto il paese, se non per i suoi meravigliosi parchi e per l’immagine di Julius Nyerere mentre prendendo in una mano un po’ di terra proveniente da Zanzibar e nell’altra quella del Tanganika, le unì per rappresentare la creazione di un unico paese, la Tanzania.

Di Iringa sapevo solamente essere una città a 1700m, e da brava milanese ero curiosa e confusa nell’andare tra le montagne. Conoscevo già l’Africa con i suoi colori e i suoi odori, ma non immaginavo cosa volesse dire restare lì per un intero anno e vivere con altre persone. Sentivo però che sarebbe stato intenso, e fu cosi.

In quell’anno ho imparato umanamente e professionalmente tantissimo, e sarò sempre grata per questa possibilità. Nyumba Ali non è solo un progetto ma una scelta di vita, persone che cambiano sé stesse per portare avanti un ideale. Si occupano di bambini con disabilità, offrendo un centro specializzato in cui i bambini possano svolgere esercizi di fisioterapia, giocare ed imparare. Si occupano anche di informazione e sensibilizzazione, partendo dalle famiglie di questi bambini fino a diramarsi nei quartieri della città. In Tanzania la disabilità è decisamente controversa. I bambini non possono andare a scuola, o a causa di pregiudizi che mettono a rischio la loro sicurezza o a causa di barriere oggettive quali l’assenza di strade-mezzi-infrastrutture adeguate. Le famiglie sono sole, schiacciate tra il loro personale senso di colpa e una società che non riesce ancora a dare servizi appropriati.

Durante quell’anno ho scoperto la differenza tra il fermarsi in un posto per un mese o un anno: le relazioni che si instaurano, le barriere contro cui ci si imbatte, la percezione della propria presenza in un contesto non proprio.

Ho anche scoperto i limiti che possono esserci nella cooperazione, la burocrazia, la necessità di rinnovare i progetti per essere realmente efficaci, la necessità di essere professionisti. Ho scoperto un po’ di più la Tanzania che, oltre ai colori e agli odori tanto affascinanti di questo grande continente, è un paese vivo con una sua storia, un suo popolo, una sua normativa, una sua cultura, elementi da cui non si può prescindere.

La gioia di tornare

Ecco perché la gioia data dalla proposta di un ritorno, seppur breve, in questo paese: oltre a tornare in un luogo che è stato casa per un po’ di tempo e tanto importante per me, la possibilità di partecipare a un tipo di progetto in cui credo fortemente. L’educazione e la formazione delle nuove generazioni, in un dialogo reciproco tra culture diverse e a tratti complementari, sono le vie maestre entro cui potersi muovere e sperare.

Il corso a cui ho partecipato a maggio ha rappresentato la prima fase di un progetto più ampio che mira all’inclusione del bambino con disabilità nelle scuole, e per questo la formazione degli stessi insegnanti è fondamentale nella promozione di circoli virtuosi già nel breve periodo. In un paese dove la maggior parte degli adulti non è istruita, soprattutto in villaggio, potrebbe sembrare un azzardo. Il corso si è tenuto nel villaggio di Kipera, un’ora d’auto da Iringa e minimo due ore in daladala (pulmino per i trasporti pubblici). Qui, ben isolata, c’è la scuola distrettuale che accoglie anche i bambini con disabilità. I bambini arrivano da diverse zone, non potendo frequentare gli istituti nei loro quartieri e villaggi. Sono qui accolti e alloggiati nei dormitori, costruiti grazie a progetti di cooperazione. Trascorrono le loro giornate tra lezioni, pasti, mestieri e giochi.

Ed ecco l’inaspettato. Di fronte a noi 14 insegnanti, tra cui la preside, interessati e preparati. Durante le due settimane si sono osservate alcune situazioni e ci si è confrontati su come poter operare per il bene di questi bambini, percependo un atteggiamento condiviso sull’importanza della formazione e dell’investimento sulle nuove generazioni.

Abbiamo presentato strumenti utili per l’inclusione scolastica, ragionando insieme sulle effettive possibilità in un luogo ove acqua, elettricità e cancelleria sono carenti. Abbiamo anche potuto osservare dei ritorni positivi rispetto ad aspetti approfonditi in un’altra sede sempre dal Dott. Ganzaroli, in cui erano presenti due partecipanti dello stesso gruppo.

Due settimane di condivisione

La scuola tanzaniana ha molti problemi, ma in quelle due settimane abbiamo avuto la possibilità di dialogare con una parte importante e di scoprire le persone dietro la struttura. Non solo è risultato possibile comunicare sia in kiswahili sia in inglese, ma sono nati dibattiti vivi tra gli stessi insegnanti. Dal fascino per gli strumenti tecnologici alla creatività di quelli cartacei, a più riprese sono emerse domande legittime sul “come fare”. Come fare a potenziare le abilità di un bambino disabile in una classe in cui il rapporto è di 1 a 100, in media. Come fare a insegnare contemporaneamente a tutti questi bambini, visto anche che la presenza di bambini che necessiterebbero di sostegno in classe è spesso del 10% ed ognuno di loro ha una disabilità diversa. Come fare senza risorse. In queste due settimane abbiamo lavorato insieme e condiviso strategie.

Diverse le proposte emerse: dalla preparazione di strumenti ad hoc che possano essere utilizzati in modo autonomo dal bambino, al suggerimento di laboratori di potenziamento fuori orario. In quelle due settimane non abbiamo cambiato le loro vite ma gli abbiamo offerto un’occasione. L’occasione di informarsi, di chiedere, di ragionare. L’occasione di parlare tra loro di loro problemi comuni. L’occasione di essere essi stessi artefici, offrendo risorse condivise.

Ecco la bellezza di un progetto che punta alla formazione e alla partecipazione attiva, elementi sempre presenti nel lavoro di IBO Italia.

È stata per me un’esperienza ricchissima, diversa ma ugualmente intensa e segnata da aspetti importanti. Il ritorno in un posto conosciuto ma con una consapevolezza diversa. Il rafforzamento di alcuni aspetti maturati in questi anni, partecipando alla “buona cooperazione”, silenziosa ed incisiva. Il ritrovare persone amiche e sentire che tutto ciò che si è vissuto fa davvero parte di te e di chi si è incontrato. E il continuare a credere che con rispetto e vera condivisione un mondo più bello è concretamente possibile.

Miriam Arensi, formatrice e volontaria IBO

Il progetto  “Inclusione scolastica dei minori disabili nel Distretto di Iringa (Tanzania)” è cofinanziato dalla Regione Emilia-Romagna ed è promosso da IBO Italia, Comune di Ferrara, Associazione Nyumba Ali e la Didacare s.r.l.



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