Sono io che ci guadagno

Pensavo di venire qui per regalare dei sorrisi, dare aiuto e mi sono piacevolmente accorta che la cosa è reciproca: anzi spesso sono io che ci guadagno

Da quando sono arrivata a Panciu, sono passati sei mesi, mezzo anno, metà del mio servizio civile. Eppure se guardo indietro al primo giorno che sono arrivata, a quando il primo bambino mi ha abbracciata anche se ero una sconosciuta, o a quando Vasile mi ha offerto il primo tè, il tempo sembra essere trascorso senza che me ne sia accorta. Come se stessi vivendo un lungo sogno.

Ti svegli la mattina e metti insieme i pezzi. Viene fuori un enorme puzzle e pensi: quante cose ho vissuto questa notte, in quanti posti sono stata? Ma non è così. Se mi affaccio in ogni mese, mi accorgo che i momenti di questa esperienza sono tanti e non tutti esprimibili con un racconto. La maggior parte sono sensazioni, emozioni che trascritte sono solo una copia, non l’originale.

Se c’è una cosa che posso affermare con sicurezza è che adesso posso fermarmi, fare un lungo respiro, e analizzarmi. Grazie a questi mesi ho iniziato a lavorare su me stessa, a leggermi dentro e ad ascoltarmi ed è forse il risultato più grande che ho ottenuto. Sono sempre stata razionale. Niente prima di questi mesi mi aveva spinta ad una riflessione sul mio carattere, sulla mia personalità, sempre osservatrice esterna degli altri e di me stessa.

Da quando ho diciotto anni vivo da sola come molti universitari fuori sede. Ho cambiato sette case, più del doppio dei coinquilini. Ho trascorso dei periodi all’estero, sono sempre stata sicura di me stessa, presa da mille impegni. Ho riempito le mie giornate con gli amici, le serate, i viaggi, la musica, le letture, e una Laurea in Scienze Politiche.

Poi quando pensi di essere grande e matura, vai a Panciu e i tuoi ritmi cambiano. Hai la possibilità di fermarti e di studiarti. Ogni giorno vivi (da spettatrice) la povertà, la disuguaglianza, la disparità di genere, le discriminazioni, e non contano i libri, come ti vesti che facoltà hai fatto, quello che sai. La tua personalità è nuda e bisogna ricominciare da zero. Ti si apre uno scenario dove la teoria non esiste e la pratica è piena di sfumature e per fortuna o purtroppo non si può semplificare: sei tu che devi diventare più semplice.

Riconoscere che, forse, non ti conosci affatto, ti fa sentire piccola ed inutile, spesso perdente. I bambini che frequentano il centro, ormai, li vedi da mesi, parli con i colleghi del centro e le famiglie, ma in realtà è tutto più complicato. Le certezze che avevi quasi sempre vacillano, la verità che avevi in tasca prima della partenza è andata persa e le teorie non servono. Allora ogni errore, anche il più insignificante ai tuoi occhi, che prima di partire sapevi tutto e non contemplavi la possibilità di sbagliare, ha delle conseguenze.

Come quando Vasile, il direttore del centro (che appena sei arrivata pensavi fosse un rompiscatole) ti spiega che non si fa. I bambini piccoli non vanno tenuti in braccio. Il primo mese che sei al centro, mentre stai facendo il solletico a M. e lui ride a crepapelle e ti si attacca al collo come una scimmietta, Vasile ti dice di metterlo giù guardandoti con aria di sfida e tu lo ignori pensando che è troppo severo e soprattutto un grande impiccione. Poi M, è piccolo, non ha la mamma, non ha il papà, ha bisogno di affetto.

Passano un paio di mesi e sempre mentre stai coccolando M. che, nel frattempo, è diventato il tuo bambino preferito, che consoli di più, che abbracci di più e con cui passi più tempo al centro, ti accorgi che gli altri bambini più grandi ti ignorano e addirittura pensano che tu sia cattiva. Riconosci lo sguardo geloso di G. che ti fissa mentre giochi a memory con M. o quando ti avvicini a Ge. lui ti risponde che con te non parla.

Allora una sera Vasile, che è venuto a casa-volontari per scroccarti una sigaretta e fare una chiacchierata ti dice esplicitamente che cosa intendeva con quel “mettilo giù” e con le occhiate severe al tuo fare spallucce. Al quinto mese ritorni sui tuoi passi, riconsideri le parole di Vasile e ragioni sul fatto che i bambini del centro non sono i figli capricciosi, i nipoti viziati a cui siamo abituati. Non ragionano in termini di giocattoli. Qui tutti hanno bisogno di uno sguardo, di una carezza, di un gesto e di piccole attenzioni. Tutti al mio arrivo mi hanno accolta con un abbraccio e con tanto calore e io non ho fatto altrettanto. Ho eletto il mio bimbo preferito, il più piccolo, il più bello, con la famiglia disastrata e con gli occhi grandi.

Qui tutti sono uguali: chi ha cinque anni è uguale a chi ne ha dieci, chi non ha la mamma e il papà è uguale a chi ha una famiglia perché nel mondo dei bambini le differenze non contano. Allora oggi al sesto mese quando ho tagliato la coscetta di pollo con il coltello a M. per aiutarlo, ho guardato G. e gli ho chiesto “vuoi anche tu che ti aiuto?” Mi ha sorriso accennando un sì con la testa. Ho iniziato a prenderlo in giro perché troppo grande per queste cose e abbiamo simulato di essere mamma e figlio. G. lo sa che è grande per farsi aiutare a tagliare il pollo, ma quello scherzo, quella complicità, le mie attenzioni, lo hanno fatto sentire speciale, come M.

Adesso che ho imparato a dividere le mie premure tra tutti i bambini. Quando sono tornata dalle ferie, Ge. e C., di cui sono diventata amica da poco, hanno fatto a gara a chi sbucava prima dal cancello per venirmi incontro, stringermi e regalarmi un disegno urlandomi “Vali, mi sei mancata, non te ne andare più”. Vasile non è stato esplicito quando mi chiedeva di mettere giù i piccoli, ma la colpa è mia che non ho saputo leggere tra le righe, che sono stata troppo piena di me per accettare le critiche, fare un passo indietro e riconoscere che a volte si sbaglia. Solo adesso, al sesto mese, ho capito che non importa se un bambino è più bisognoso di affetto secondo te, i bambini sono tutti uguali e se ricambi tutti sei tu che ci guadagni.

Ho imparato un po’ a conoscermi, a lasciarmi alle spalle le certezze e ogni tanto a fidarmi di quello che dicono gli altri. Grazie a questi pochi passi e dando fiducia, ho costruito dei rapporti solidi anche tra i miei colleghi. In questi momenti di scambio, imparo tanto e capisco che il servizio civile mi sta dando qualcosa, mi sta facendo crescere. Pensavo di venire qui per regalare dei sorrisi, dare aiuto e mi sono piacevolmente accorta che la cosa è reciproca: anzi spesso sono io che ci guadagno

Valentina Vipera, volontaria IBO in Servizio Civile in Romania



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