Spaziare per scegliere

di Veronica Brescianini

Mi capita frequentemente di lavare le stoviglie e di ritrovarmi tra le mani il bicchiere pulito senza avere un posto libero sullo scolapiatti. Lo appoggio ancora nel lavabo, ritiro le tazze già asciutte, lo sciacquo una seconda volta e, finalmente, lo posiziono. Mi ammonisco, lievemente, affinché la volta successiva mi possa ricordare di creare un luogo libero prima di accumulare. Il Servizio di Volontariato Europeo si sta rivelando un momento per generare spazi all’interno della mia vita: un tempo per incontrare e farsi incontrare, per stringere e per lasciare andare.

In questi cinque mesi ho vissuto la frenesia dell’arrivo di corposi gruppi di volontari e ho masticato il silenzio delle lunghe notti a tu per tu in questa terra rumena, non più così estranea alla mia persona. Oggi piove. Dopo giorni veramente caldi è tornata la pioggia e ha portato con sé l’umidità che si fa sentire nelle ossa. Piove. Anche qui i contadini aspettano la pioggia: fa bene all’agricoltura, alimenta.

Carolina è di fronte a me e sorride, ripone le mani sulla tastiera e non solleva gli occhi dallo schermo. Sorride di nuovo, continua a ridere, in quel suo modo tanto buffo. È alla ricerca di attività autunnali da proporre ai bambini. Risponde alle novità con lo stupore, quello che tenta di vincere lo spaesamento e diventa valido alleato nei momenti in cui, prima o poi e inevitabilmente, ti domandi perché tu abbia deciso di intraprendere questa esperienza, oltre i confini della tua terra, oltre le parole della tua lingua, oltre le braccia dei tuoi amici, oltre te stessa. Lo stupore aiuta, spesso.

Cerco di numerare le persone che sono passate per Panciu, abitando questa casa. Ricordo meglio i volti che i nomi, mi tornano prima le emozioni che i discorsi. Ci si allena a capire oltre le parole, si mastica qualcosa ma non si comprende totalmente. Accetto che sia così, sintonizzato col senso del nostro vivere: la pretesa di comprendere ogni avvenimento lascia spazio all’accoglienza e al tentativo di far sedimentare il carico più o meno pesante che tutte le circostanze portano con sé. Osservo la vita, mischiando ogni lingua possibile. La comunicazione umana non si impara se non vivendo. E convivendo. Incontro persone che devo salutare poche settimane più tardi, con il sospetto di non rivederle mai più. Proprio per questo lascio che la loro vita scuota la mia, interrogandola nel profondo. Nel fare spazio a loro, in questa casa che è un po’ di tutti e un po’ di nessuno, faccio spazio anche a me, alle mie contraddizioni, paure ed insicurezze. Il mio permanere, nel loro andare e venire, inizia a prendere maggiore importanza quando facilita il contatto dei nuovi volontari con la realtà del Centro Pinocchio. Credo sia necessario entrare in punta di piedi, sempre e in ogni dove.

Riguardo Carolina e spero io possa essere per lei un aiuto discreto nel muovere i primi passi. E da lei cerco di respirare nuovamente un fresco spirito d’iniziativa, essendo cosciente che al mio, ogni tanto, piace nascondersi e naufragare tra le onde della routine. Lunedì l’ho accompagnata al centro educativo, o forse è lei che ha accompagnato me. Mi chiede informazioni sui bambini, le dico il nome e nulla più, affinché siano i bimbi stessi a presentarsi a lei, come ben sanno fare, senza i filtri degli adulti. Uno di loro ha sempre quel paio di scarpe dal numero decisamente troppo grande. Si direbbe sia attrezzato per il futuro. I suoi jeans sono stretti in vita da un laccio simile a uno spago bianco. Forse gli diventeranno corti prima ancora di poter togliere quel laccio. Un altro ha le dita dei piedi che toccano interamente a terra, poiché i sandali sono ormai troppo piccoli. Chiedo la possibilità di dargli delle calzature più vicine alla sua misura. Ottenuto il permesso, rovistiamo all’interno di cartoni arrivati dall’Italia, trovandone un paio. Lui le prova, mi abbraccia forte e mi stampa un bacio sul viso, indelebile sulla guancia e nel cuore.

Tornata all’esterno, il bambino più piccolo mi chiede una fotografia mentre salta dal
muretto, come fosse un ninja. Scatto due istantanee, mi giro a parlare con un’altra persona, ma lui vuole un’altra fotografia e mi chiama. Usa il mio nome, finalmente, e lo pronuncia abbreviato: ci conosciamo, ormai. Lo guardo, cerco di immaginarlo tra qualche anno e cerco di scrutare i suoi sentimenti, le sue emozioni attuali. Viene attratto dal gioco di Carolina. Le si fa vicino ed io lo osservo sempre più da lontano. Carolina ha cercato di insegnare ad un altro ragazzino come posizionare le mani per il bagher pallavolistico. Adesso è il bambino che, di sua iniziativa, spiega al più piccolo come fare. Io e Carolina osserviamo, da due distanze diverse, con occhi diversi, culture diverse, ma con emozioni simili nel cuore.

Credo che educare sia allenarsi ad osservare, ricercare modalità di trasmissione adeguate alle persone e al contesto, generare condizioni affinché chi riceve sappia a sua volta trasmettere. Fantastico. E credo di dover ringraziare questa lingua per avermi regalato la ricchezza del verbo “a învața”, che qui significa sia insegnare che imparare.

Fioriscono più fiori di quanti ne possiamo immaginare. E non si capisce mai fino in fondo quale sia la ragione della loro nascita. Arriviamo come volontari per testimoniare un’azione a volte sconosciuta anche a noi stessi, un’azione che diventa dono di tempo, e partecipiamo ad un agire educativo di cui, quasi certamente, non vedremo l’esito. Mi sento un po’ più capace di abitare la vulnerabilità e di dare senso al mio vivere, in questo mondo che ho ricevuto e che contribuisco a trasmettere a chi incontro.

Sono partita per creare spazio nella mia vita, per riaprire l'”esperienza del tempo”, per darle colore. Sorrido, ora, insieme a Carolina. I colori vivaci degli occhi dei bambini incontrati e i colori sfumati delle mani dei volontari incrociati hanno il sapore del dare e del ricevere.

E mi sento di poterli scegliere, entrambi.

III Classificato Concorso Letterario 2015



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