Testo e immagini: sguardi a confronto

Dopo quattro mesi dall’inizio del nostro servizio civile in Tanzania, proviamo a fare una riflessione su quello che stiamo vivendo. lo facciamo insieme, come sempre, perché condividere i nostri punti di vista spesso ci ha permesso di compensare i nostri sguardi. Quello che sfugge a me viene puntualmente catturato dalle immagini di Cami, le mie parole aprono nuove strade di riflessione in lei. È un racconto a due voci il nostro, fatto di testo e fotografie che vogliamo condividere con voi.

La prima cosa che ci sentiamo di dire quindi è questo: vivere l’esperienza del servizio civile all’estero permette di vedere, ascoltare e confrontarsi con storie diverse dalla nostra e di aprire porte che non si pensava esistessero. Vedere la realtà a trecentosessanta gradi, capire cose che altrimenti sarebbero sfuggite, troppo presi a volte dalle nostre idee, esperienze pregresse e aspettative.

Se state leggendo queste parole un po’ siete già interessati, magari state covando dentro di voi il desiderio e l’esigenza di capire e sperimentare. Magari avete finito da poco l’università è avete più domande che risposte; magari avete sempre voluto sperimentare cosa significhi una solidarietà assoluta, sciolta da qualsiasi vincolo. Magari volete mettervi alla prova professionalmente. Oppure, semplicemente, uscire dalla vostra comfort-zone.

Cosa vi sta frenando? Lasciate tutte queste sensazioni libere, a briglia sciolta. Ascoltatele. L’unico modo per capire una realtà e per capire noi stessi è immergersi senza paura. Senza fretta. Pole pole, come dicono in Tanzania.

Noi ci siamo buttate, un po’ istintivamente e dopo quattro mesi non abbiamo assolutamente risposte. Stare qui però stimola continuamente il porci domande.

Probabilmente ora riusciamo a superare l’entusiasmo iniziale e a vedere la nostra nuova vita come quotidianità. All’inizio è esattamente come innamorarsi: i tuoi occhi vedono solo le cose piene, luminose e belle. Ogni giorno è una novità extra-ordinaria e a sera arrivi con un senso di pienezza, quasi stanco da tutto quello che hai assorbito durante il giorno. Cominci a entrare in un mondo che un po’ conosci e un po’ avevi solo immaginato. Arrivi in città, a Iringa e non è assolutamente l’immagine del Africa che siamo abituati a pensare. Non per questo è meno vera: si comincia da subito a mettersi in gioco e smontare pezzo-pezzo le immagini che si hanno. Le strade, il parchetto, il mercato Maasai: vorreste avere mille occhi per guardare tutto e subito. Non c’è fretta in realtà; avrete tutto il tempo per veder fiorire i Jacaranda, maestosi alberi che tingono tutto di viola prima di ricoprirsi di tenero fogliame verde.

Giungere poi a Ngome, il quartiere che sentiamo come nostro, al limite della città; sono solo 4 km dal centro, quanto basta qui per cambiare radicalmente scenario. Il posto che ormai chiamiamo casa è sormontato da una montagna costellata da rocce e arbusti, fra i quali luccicano tetti in lamiera. Il primo tramonto in un posto nuovo non si scorda mai; qui è particolarmente vero, fra le basse ombre, le luci dorate e riflessi dei tetti.

Velocemente, vengono presentati tutti i membri di quella famiglia della quale diventerai parte piano piano senza accorgertene. Renata, Gabu, Harafat, Salesia, Sara, Paulo, Peter… per un po’ sono solo nomi e volti. Poi piano piano comincia a costruirsi il legame. Renata che sorride bonaria di fronte ai nostri errori in Swahili; Arafati, che non parla impeccabilmente ma comunque ti chiede se vuoi giocare a palla con lui. Salessia che con orgoglio fa vedere la sua nuova acconciatura, tre codini stretti stretti, e rimane sorpresa quando decidiamo di farli anche noi. “Kama mimi!” “come me”, continua a ripetere, nascondendo il viso per la felicità e l’imbarazzo. Proprio come lei. Magari è la prima volta che qualcuno ha provato ad assomigliarle.

Dada Sara. Viene tutte le sere ad assicurarsi che stiamo bene, che lo vogliamo o meno. Anche quando la stanchezza si fa sentire e vorresti solo gridare il tuo nervosismo, lei passa, bussa, e ti strappa una risata, perché ormai ha imparato a leggerti meglio di come fai tu e ha capito che non c’è sollievo migliore di un abbraccio e un sorriso. Lavora con ragazzi e ragazze con disabilità da anni, con una cura e amore dalle quali c’è solo da imparare. Non è un tema facile, quello del quale vi stiamo parlando; la disabilità attraversa trasversalmente tutte le comunità umane, tutte le categorie in cui ci piace, per comodità, dividere la nostra realtà. Tanto nei Paesi in via di Sviluppo quanto nei Paesi Sviluppati la disabilità non viene rappresentata, le viene negata la possibilità di usare la propria voce. Ti accorgi della sua esistenza solo se ci inciampi prima e, dopo, solo se decidi di andare oltre quello che vedi. Anche qui si tratta di distruggere per ricostruire; appena arrivate, abbiamo visto la disabilità e non i bambini che ci sono dietro. La loro condizione era diventata una barriera che impedisce al mondo esterno di entrarci in contatto davvero. Non li conoscevamo, non sapevamo come comunicare, non ci sembrava possibile che dietro a sguardi vacui ci fossero intelligenze vivissime. Osservare, ascoltare e decostruire: con pazienza, l’esercizio quotidiano permette di iniziare a capirli, a scoprire come comunicare con loro, a diventare interprete dei loro bisogni a condividere scherzi e risate.

Nonostante l’ottimismo, la Tanzania resta un contesto particolarmente complesso per le persone con disabilità e saremmo quanto meno ingenue se ti dicessimo che qui i bambini con disabilità sorridono nonostante tutto. Essere affetti da una disabilità qui è una sfida immane, troppo grande per essere affrontata da soli. Il nostro anno qui, però, ci sta permettendo di far par parte dei progetti con i quali IBO affronta le molte barriere, fisiche o culturali, che ostacolano il percorso di emancipazione di queste persone.

Nessuno, in effetti arriva in un posto completamente alieno: ognuno di noi ha immagini, racconti ed esperienze che in effetti hanno delineato la nostra idea di com’è fatto il mondo. Paradossalmente, anche questo nostro racconto, è solo una parte della realtà: descrive quello che sta significando per noi quest’ esperienza e come noi stiamo vivendo questo momento delle nostre esistenze.

Ci auguriamo che questa testimonianza possa aiutarvi a trovare le risposte che cercate, con la consapevolezza che, anche non dovesse succedere, sarà questo stesso mondo, solo con sua stessa esistenza, a scardinare il vostro modo di vedere le cose.

 

Testo: Marialetizia Locaspi

Foto: Camilla Minnozzi

Volontarie IBO Italia in Servizio Civile in Tanzania



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