ti racconto la periferia di lima

Ti racconto la periferia di Lima

Mi piace un sacco salire al terzo piano della mia casa peruviana. Qui le case hanno spesso un piano che ha solo qualche parte costruita o è vuoto, senza tetto, è pronto quando la famiglia avrà soldi per terminarlo ma nel frattempo rimane così, aperto al cielo. Da lì, da quella sorta di terrazza dove stendiamo i panni ad asciugare, vedo le collinette piene di baracche colorate. Da lì sento le voci dei bambini che giocano sulle salite ripide delle dune, da lì qualche sera guardo le stelle e verso le cinque del pomeriggio mi godo il tramonto. Salire lassù da sola e godermi l’aria (un po’ sabbiosa), le voci, la musica che esce da qualche casa 24h24, il cielo peruviano sopra di me, mi fa sentire FELICE. Mi ricorda ogni volta perché HO SCELTO di essere qui.

Sono in Perù dalla fine di giugno e da allora non mi sono sentita abbastanza pronta emotivamente per scrivere e aprirmi su questo blog, in questo spazio nato per raccontare il 2014 passato in Argentina a studiare. Ora che sono qui come corpo civile di pace per una ONG italiana, mi ritrovo in una situazione completamente diversa: niente centro città, niente clima universitario/mondano dei miei 24 anni, niente fidanzato, niente esami da dare. Mi sento addosso una libertà e un senso di leggerezza che mi fa vivere le cose benissimo, e se mi sento così è anche perché ho DECISO e VOLUTO prendermi un periodo lungo post-lavoro e post-laurea magistrale per vivere qualcosa di forte, qualcosa che avesse un impatto. E infatti sono nella periferia della capitale, quella zona che dalle foto ispira tristezza, disagio, orrore e che invece ormai è famigliare, è normale, è semplicemente la mia nuova realtà quotidiana. Raramente ho voglia di andare in città e fare qualcosa di urbano come piace a me, perché per ora la mia vita è piena e ricca anche qui.

Ho viaggiato sulle Ande e progetto altri viaggi futuri, eeeee…..ho persino cominciato a studiare canto in una minuscola ma serissima scuola qua vicino (la periferia ha tutto ciò che serve, tranne l’acqua calda ahahahahahah!). Ho rimandato per anni l’approfondimento di questa passione e ora è arrivato il momento di impegnarsi e realizzare un sogno che era rimasto incastrato in fondo al cassetto.

E cosa faccio qui? L’educatrice, l’insegnante di inglese, il pagliaccio, l’animatrice, il generale che fa rispettare le regole ai bambini, mi arrangio con lo yoga e la matematica. In pratica lavoro al centro Quijote ogni giorno e nel weekend partecipo alle attività di comunità.

Amo gli abbracci dei miei piccoli terremoti, che mi stritolano e chiedono carezze. Mi ripagano della fatica fatta, sistemano i giorni no, sono la conferma vivente che ciò che faccio qui ha un senso.

Volevo rimboccarmi le maniche e darmi da fare, volevo un impegno civile e sociale a cui dedicarmi, non avevo calcolato di finire in un luogo sperduto e apparentemente poco attraente e ritrovarci una magia. L’ho trovata sul serio.

Gli occhi si abituano a trasformare in bellezza ciò che sembra spaventoso, la bocca impara a ridere di gusto di fronte alle cose senza senso logico che succedono quaggiù, le orecchie sono assuefatte e drogate di musica tamarra/machista/volgare ma sanno apprezzare i ritmi tradizionali e i suoni andini, la testa riconosce gli intercalari usati/abusati dai peruviani quando parlano. A poco a poco tutto si fa famigliare, e io mi sono sistemata qua ritrovando una mia dimensione personale in questo contesto (le foto parlano da sole!). C’è povertà? Sì, e ci sono anche la violenza, l’esclusione sociale, la discriminazione, tutte quelle problematiche sociali che caratterizzano le periferie di chi vive ai margini. Ecco, io non cambierò le cose, e forse non faccio nemmeno tutta questa differenza, ma vivo qui quando potrei vivere altrove. E ne sono assolutamente contenta.

Di Valentina Chendi, volontaria IBO dei Corpi Civili di Pace

Tratto dal blog Frida lascia la città



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